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"…AMERICA, AMERICA"

Incontro dibattito dopo i fatti dell'11 settembre

 

 

Partecipano: Rodolfo Casadei, giornalista,

                       Andrea Caspani, docente di storia e filosofia

 

 24 ottobre 2001, Aula Magna Liceo Scientifico M.L. King, Genova

 

A.Caspani

La partecipazione così ampia risponde a quello che è il senso di questo incontro, il tentativo di comprendere in prospettiva storica gli ultimi eventi per comprendere meglio il nostro presente, e questo è un richiamo anche per me che faccio lo storico di professione, quindi che sono abituato a ragionare sui tempi più lunghi, su discorsi che magari abbracciano secoli, che richiedono analisi ponderose.

C'è da dire subito una cosa:  la storia non può dire in che direzione si deve andare, ma, come diceva tempo fa in un brillante articolo sull’Espresso U. Eco, “la storia non serve a sapere dove si va (se qualcuno ti dice di saperlo è un bugiardo e un mascalzone) ma da dove vieni.”

La vostra presenza indica che in questo caso il discorso sulle radici storiche di questo contesto è particolarmente sentito perché tutti noi avvertiamo che con i fatti dell'11 settembre sono in gioco elementi non semplicemente di archeologia culturale, di nozionismo, ma è in gioco qualcosa di più grande, è in gioco la nostra umanità in tutti i suoi fattori ed è proprio da questo che vorrei partire.

Per questioni di tempo procederò solo per brevi flash, più per suggestioni che per un discorso organico.

In primo luogo, mi ripeto, il nostro scopo oggi qui è soprattutto cercare di capire "di cosa si tratta", piuttosto che "cosa fare?" Dopo, magari in base alle vostre domande, potremo anche parlare di cosa fare, cosa è possibile prevedere, ma solo dopo.

C'è prima di tutto un mito da sfatare. In molti dibattiti che  ho sentito si dice: ma in fondo cosa è successo l'11 settembre? Niente altro che un gesto di grande terrorismo, un po' più grande e grave di quelli precedenti. Un gesto di criminalità più che politico, non innovativo sul piano della problematica culturale. Questo non è vero, quello che è successo l'11 settembre ha un risvolto storico.

Provo a dirlo con parole non mie, ma tratte da quello che dice l'editoriale della maggiore rivista geopolitica italiana, universalmente stimata da destra e sinistra, "Limes".

L’editoriale sul numero speciale dedicato all'attentato inizia così: "L'11 settembre 2001 è finita l'era geopolitica iniziata il 9 novembre 1989. Crollava allora il Muro di Berlino, seguito due anni dopo dal suicidio dell'Unione Sovietica. Poco più di un decennio, periodo insufficiente per meritare una definizione propria. Per cavarcela l'abbiamo battezzato "dopo guerra fredda".”

La prima cosa da capire è che effettivamente siamo in un contesto storico nuovo: mentre dopo la caduta del Muro di Berlino -convenzionalmente indicata come la fine della dell'epoca del conflitto tra Est e Ovest, tra le grandi potenze, la fine dell'era dell'ideologia - molti avevano addirittura teorizzato la "fine della storia" e il processo di unificazione progressiva, pacifica sotto gli ideali di democrazia, di tolleranza, di benessere, di progresso di tutto il mondo, quindi l'avvento di un'era di globalizzazione positiva, felice.

Ed invece questa era, se mai qualcuno aveva pensato che si potesse realizzare - e c'erano stati molti episodi, dalla guerra del Golfo ai conflitti in Jugoslavia, per citare solo i casi eclatanti, che avevano indicato che non era così, che non eravamo alla fine della storia – non ha realizzato la “fine della storia” e se qualcuno aveva ancora qualche dubbio gli eventi dell'11 settembre dovrebbero togliere ogni illusione. "Il disordine della storia", per dirla con le parole di Havel, uno dei grandi dissidenti dell'epoca della guerra fredda, "a lungo represso da un ordine artificiale, si è rimesso in moto". Così commentava la svolta del 1989 e così commenterebbe oggi. La storia si è rimessa in moto.

Perché dico questo? Cosa ha di originale questo attentato? Cito un testo di Richard Falk, uno studioso americano della democrazia internazionale, apparso su "Il manifesto" del 23 settembre, quindi solo una decina di giorni dopo.

Dice: "L’atrocità dell'11 settembre deve essere considerata un salto in avanti nella tattica terroristica, avvenuto in tre dimensioni: 1) il passaggio da atti estremamente violenti, tesi a scioccare più che ad uccidere, ad assalti tesi a trasformare la società del nemico in campo di battaglia insanguinato, in questo caso simbolicamente (capitalismo, militarismo) – è chiaro che si riferisce alle Torri Gemelle e al Pentagono - e sostanzialmente (un’enorme carneficina umana e danni economici)”

E’ stato in effetti un tentativo deliberato - l'avete visto tutti con le immagini- di mirare a colpire il meglio possibile le Torri perché cadessero, implodessero con il calore che avrebbe avvolto le strutture portanti più rapidamente possibile e facessero più vittime possibili. Si vede benissimo con il secondo aereo che l'attentatore ha manovrato l'aereo all'ultimo momento per mirare il più possibile al centro in modo tale da far crollare meglio -meglio dal suo punto di vista, cioè il più brutalmente possibile- l'intero palazzo e per ammazzare quindi più gente possibile. Ma non dimentichiamolo: nelle Torri Gemelle c'erano anche alcune delle più importanti ditte, finanziare e non, del cuore degli Stati Uniti. Quindi in questo caso l'attentato ha un valore simbolico sostanziale.

“2) il ricorso a competenze di base da parte degli attentatori per impadronirsi delle tecnologie che possono essere trasformate in armi di distruzione di massa.”

Questo in effetti non è l'attentato di un giovane sottoproletario urbano di un paese del terzo mondo che non avendo nulla da perdere si butta contro il nemico che gli porta via la sua terra. Qui c'è gente che è stata addestrata per anni per diventare pilota d'aereo. C'è gente che per anni ha preparato armi chimiche per costruire e proteggersi nel mentre che si organizzano armi chimiche per distruggere gli altri: non è una cosa che può fare chiunque.

“3) la disponibilità di militanti preparati disposti a compiere tali crimini contro l'umanità al costo certo della loro stessa  vita.”

Sui cosiddetti kamikaze del terrorismo aggiungo un particolare che il professore non cita: questi nuovi kamikaze - ed è la differenza con il mondo giapponese da cui traggono il nome - non hanno sacrificato se stessi lanciandosi contro un obiettivo militare nemico, ma hanno deliberatamente utilizzato come arma i gruppi di passeggeri innocenti di innocenti aerei di linea, non hanno “rubato” aerei militari per colpire obiettivi militari. Nulla di romantico in loro. Qui il terrorismo ha fatto deliberato uso di esseri umani innocenti come proiettili.  Nulla a che vedere neanche con la radice del terrorismo dell’Otto-novecento.

Di attentati ce ne sono stati tanti nell'800 e nel '900, pensiamo però ad esempio all’attentato di Felice Orsini contro Napoleone III.

Felice Orsini, che aveva lanciato una bomba contro la carrozza di Napoleone III perché pensava che Napoleone  III volesse impedire l’unificazione italiana, quando poi fu catturato e comprese che il suo gesto non aveva certo favorito la causa italiana, inviò un messaggio per rivendicare la finalità ideale del suo gesto ed anche per scusarsi di aver coinvolto nello stesso degli innocenti (Napoleone III era rimasto sano e salvo mentre invece c’erano stati morti e feriti persone tra le persone intorno a lui) perchè sapeva che il vero terrorista idealista ammazza il “colpevole della situazione”, non  gli innocenti intorno.

Qui nulla di tutto ciò. Qui c’è un uso deliberatamente strumentale di ogni vita umana che si incontra e che può essere utile per realizzare i propri obiettivi.

E sentite come conclude questo professore americano: “Una combinazione di elementi così letale e sostanzialmente nuova pone una sfida senza precedenti all'ordine civile e alle libertà democratiche. E' veramente una dichiarazione di guerra.”

Quindi quello che è accaduto l'11 settembre è un salto di qualità del terrorismo internazionale che segna un nuovo tipo di guerra. Dobbiamo rendercene conto. Il problema è quindi comprendere che siamo in un contesto storico segnato non da un più efferato gesto di criminalità, ma da una sfida geopolitica nuova.

Allora vediamo di capire il contesto geopolitico entro il quale si situano questi attentati.

Per dirla anche qui sinteticamente parto da quanto è stato detto in quel famoso primo video di Osama Bin Laden: la radice di tutto questo è il fatto che da ottanta anni il mondo islamico è stato ingannato, oppresso dal mondo occidentale. Ottanta anni fa cosa è accaduto? Era appena finita la I guerra mondiale. Quindi la radice della questione, lo dice lo stesso Bin Laden, è la I guerra mondiale. Ma cosa era successo alla fine della I guerra mondiale? Il grande malato della politica europea dell'800, l'impero ottomano, l'ultimo grande impero musulmano sopravvissuto all'età moderna, si era disfatto. Era il segnale per il mondo islamico che quel modello di visione religiosa e organizzazione sociopolitica dell'Islam era fallito.

Davanti a questo fallimento le reazioni furono due:

La prima ha come modello la “linea” dei giovani turchi, il partito riformatore delle terre al centro dell'ex impero ottomano, che decise sotto la guida del loro unico brillante generale, Mustafà Kemal, detto Ataturk, il "padre dei turchi", che l'unico modo per proseguire, perché l'Islam turco potesse avere un senso nella modernità novecentesca fosse la laicizzazione, l'occidentalizzazione, la nazionalizzazione. Ataturk, all'inizio degli anni '20, dopo aver rifiutato la pace di Versailles, dopo aver cacciato i greci dalla Turchia, depone l'ultimo califfo, “privatizza” la dimensione religiosa, la riduce a ispirazione sociale, ma senza una vera influenza politica, , adotta l'alfabeto latino, laicizza i costumi, (fa tagliare le barbe, toglie lo chador alle donne, ecc): introduce una serie di innovazioni sociali e politiche che hanno teso a fare della Turchia l'antesignano di una visione islamica modernizzatrice. Ancora oggi la Turchia è l'unico stato di religione musulmana che fa parte della NATO e condivide la prospettiva di organizzazione sociopolitica della vita secondo il modello occidentale, almeno in linea teorica (anche se mi dicono che la vita nei villaggi è molto diversa da quella che appare a livello pubblico e ufficiale).

Questa è stata una delle grandi linee di sviluppo dell’Islam novecentesco: l'Islam in qualche modo -esattamente come la religione cristiana nella modernità- deve ritirarsi sul piano dell'ispirazione personale e lasciare spazio a altri aspetti sul piano politico, al valore ad esempio delle nazionalità, da qui l’enfasi sulla nazione turca…

Gli Stati islamici che si sono messi in questa via non ambiscono ad essere rappresentativi di tutto il mondo islamico ed avanzano rivendicazioni politiche laiche.

C'è stata però anche un'altra linea ed è quella a cui si riferiva Osama in quel discorso: quella dello sharif de La Mecca, il custode dei luoghi santi musulmani, che all'epoca della I guerra mondiale si chiamava Hussein, il quale aveva concordato con gli inglesi (e si capisce perché gli inglesi avevano fatto un accordo con lui, perché nel momento in cui si fa la guerra contro l'impero ottomano chiunque può essere contro gli ottomani è un amico; è una regola delle scienze politiche: il nemico del mio nemico è mio amico). E allora ecco che gli inglesi già nel '15 fanno un accordo con gli arabi di Hussein e dicono di essere disposti a sostenere la causa dell'indipendenza del mondo arabo, indipendenza che lo sceicco intendeva come una rivitalizzazione dell'Islam e una unificazione di tutte le popolazioni di origine araba del Medio Oriente: Arabia, Palestina, Siria, Libano, fino alla Mesopotamia, l’attuale Iraq,.

Da bravo despota Hussein aveva già pensato come suddividerla: l’Arabia a sé, il resto ai suoi due figli. Alcuni inglesi erano d'accordo con lui, anche idealmente, l'esempio classico è il famosissimo Lawrence d'Arabia, che credeva veramente alla causa degli Arabi. Ma chi non ci credeva erano i governi inglesi e francesi che hanno usato solo strumentalmente questo fatto, tanto è vero che nel '16 fecero un patto (accordi Sykes-Picot) per spartirsi i territori del Medio Oriente, una volta che questi fossero stati liberati dal giogo ottomano. Se a questo fatto si aggiunge che nel '17 il ministro inglese Balfour fece una dichiarazione in cui prometteva agli Ebrei un national home per loro in Palestina, in modo di favorire il loro ritorno in Palestina, così come voleva il movimento sionista (naturalmente la dichiarazione era funzionale ad ottenere l’appoggio finanziario del mondo ebraico alla causa dell’Intesa), si capisce che la situazione che si presenta alla fine della guerra è intricatissima. Aggiungo un riferimento all’economia perché la questione non è solo istituzionale e culturale.

Inghilterra e Francia volevano spartirsi il Medio Oriente per suddividersi le aree dove erano stati scoperti i  più ricchi giacimenti petroliferi del mondo di allora. E’ da tener presenta che a tema era il Medio Oriente, non tanto l'Arabia perché lì il petrolio verrà scoperto agli inizi degli anni '30. Erano sinceri allora inglesi e francesi a dire che erano disposti a lasciare indipendente l'Arabia con i suoi luoghi santi, ma il loro vero interesse era spartirsi il Medio Oriente. E infatti per molto tempo, tra la I e la II guerra mondiale, il mondo arabo - pur rendendosi conto che erano state tradite le promesse - non decise fino in fondo di attaccare il mondo anglo-francese.

Significativo in questo senso è il fatto che, nonostante la frizione continua tra mondo arabo ed ebrei per la questione della Palestina - per la crescente immigrazione degli Ebrei di ispirazione sionista in quei territori - portasse a una serie di “scontri” tra  Arabi e Ebrei nei territori palestinesi tra la I e la II guerra mondiale – la gran parte del mondo islamico non ha aderito all'appello che fece il leader religioso più prestigioso del mondo islamico negli anni '40, il gran Muftì di Gerusalemme, di fare la guerra santa contro gli inglesi, -che poi, a differenza dei francesi, erano i veri padroni del Medio Oriente - in alleanza con i nazisti.

Anzi, vi riferisco questo episodio, che sembra un aneddoto ma che poi ci fa capire alcune cose sul senso dello svolgimento delle guerre: il gran Muftì di Gerusalemme - un grande dotto, non immaginatevi un esaltato con il pugnale tra i denti, un grande studioso del Corano - fuggito a Berlino durante la guerra, sapete cosa consigliò a Hitler? Per convincere il mondo arabo a ribellarsi definitivamente contro gli inglesi invitò Hitler a fare un "bel" bombardamento “dimostrativo” sulla zona più abitata dagli Ebrei in Palestina, Tel Aviv. Questo nel '41. Tenete a mente, tecnicamente i nazisti potevano farlo in quel momento, anche se non avrebbe cambiato la situazione del fronte; ebbene, Hitler non gli diede retta e il motivo è semplice: in guerra si fanno azioni solo funzionali al contesto militare, non si fa quello che ideologicamente qualche fedele o qualche simpatizzante vuole.

Sul piano storico l’elemento interessante è  che finita la II guerra mondiale, il mondo arabo si rese conto definitivamente che la via della fiducia agli occidentali per la creazione di un movimento panarabo con il loro appoggio era impossibile perché gli occidentali furono i primi a riconoscere lo stato di Israele. E da qui tutte le guerre tra Israeliani e Arabi.

Ma la cosa più interessante che cos'è? Ed è l'ultimo punto prima di arrivare a parlare di Osama Bin Laden. E' che ci fu un altro tentativo prima di lui di dichiarare gli occidentali colpevoli del mancato risveglio dell'Islam dopo la caduta dell'impero ottomano. Fu il tentativo di Nasser nell’Egitto degli anni '50: con un colpo di stato prende il potere in Egitto e mostra che si può fare un panarabismo senza l'appoggio occidentale, ma senza neanche deliberatamente essere contro. D’altra parte Nasser vuole mostrare agli occidentali che devono smettere di sfruttare il mondo islamico.

Così nel '56 decise la nazionalizzazione del Canale di Suez e, nonostante l’opposizione armata di inglesi e francesi – e la guerra con Israele – riuscì nel suo intento.

Naturalmente per continuare su questa strada Nasser, che si era messo in una posizione per certi aspetti equidistante tra Occidente e mondo comunista, dovette appoggiarsi anche sull’URSS e questo spiega perché da Nasser in  poi si sono tentate in vari paesi islamici forme anche di "socialismo arabo", forme di socialismo all'interno di una visione sempre islamica.

Questa linea però fallisce nel '67, con l’esito disastroso della guerra dei sei giorni.

E allora nasce una nuova linea. Quella che dall'inizio degli anni '70 vuole usare per il risveglio del mondo islamico l'arma del petrolio. La crisi petrolifera del '73 vide in un colpo solo il prezzo del petrolio passare da tre dollari al barile ad almeno trenta dollari al barile. Sono stati gli anni in cui i governi occidentali un po' sportivamente ci avevano invitato a fare le domeniche in bicicletta per risparmiare benzina…E' il momento del decollo del cartello del petrolio dei paesi dell'OPEC ma, e qui il discorso si intreccia con la storia di Osama, questo discorso a cosa serve? Da parte dei sauditi, la dinastia che segue una versione rigorista ed intransigente dell’Islam e che da decenni ha preso il controllo dell’Arabia - tanto è vero che in Arabia Saudita viene applicata rigidamente la legge islamica (le donne non possono guidare l'automobile, nessun segno esteriore cristiano è permesso, nessuna libertà di culto è concessa perché l’Arabia intera è terra sacra…) - serve certamente per rivendicare una crescente importanza dell'Islam come sistema religioso-politico, come religione che incide direttamente sul sociale,

Il regime saudita però, per quanto rigido sul piano dei principi, dei costumi, sul piano della politica internazionale sceglie, per sfruttare e commercializzare al meglio il petrolio, la via del compromesso e dell’accordo con l'Occidente.

Per uno come Osama non può essere questa la strada più adeguata per il risveglio dell’Islam; d'altra parte la strada non può essere neppure quella di Arafat, che è una visione laica della causa nazionale palestinese che in nome di una visione politica laica, consapevole della necessità dei compromessi progressivamente giunge all’accordo con Israele, ovviamente con la fazione più laica e più disponibile agli accordi del mondo israeliano.

La visione di Osama nasce da questo giudizio, chi vuole l’autentico risveglio dell'Islam non può continuare ad appoggiare un governo come quello saudita che fa sempre compromessi con l'Occidente, e dall'altra non può essere nemmeno mettersi al servizio della causa dei soli palestinesi.

Con ciò sfatiamo un altro mito: quello che sta accadendo non è per permettere ai palestinesi di realizzare la pace con gli israeliani perché mai come negli anni scorsi israeliani e palestinesi sono andati vicino alla pace, senza bisogno di terrorismo – e non dimentichiamolo, con il decisivo supporto degli americani -.

La drammatica situazione palestinese è condizionata invece proprio dal fatto che i politici laici, disposti al compromesso all'interno del mondo palestinese e israeliano, sono contestati dall’interno dei rispettivi mondi. Chi è che ha ammazzato Rabin che aveva fatto gli accordi con Arafat? Un estremista ebreo. Chi è che contesta Arafat? Gli estremisti di Hamas.

Veniamo adesso a riflettere sul ruolo di Osama.

Osama è un giovane, nasce nel '57, viene educato alla necessità del risveglio dell'Islam. Che tipo di risveglio? Non nella forma tradizionalista, ma in quella fondamentalista o "jiahadista" (da Jihad, guerra santa), come dicono gli islamologi (vedi il bel testo di G.Kepel, Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Carocci, 2001 )

L'idea di Osama, maturata negli studi universitari ascoltando una serie di ideologi legati alla setta fondamentalista dei “Fratelli musulmani", uno dei più potenti gruppi integralisti dell'Egitto, è questa, che non solo l'Islam deve abbracciare tutti gli ambiti di vita ma che per fare  questo l'Islam non deve fondarsi solo sull'esempio, l'incitamento morale e spirituale, ma su un uso deliberato, intelligente di tutte le istituzioni sociali e politiche perché tutta la società diventi sempre più musulmana. Usiamo un'immagine : il modello dell'islamismo fondamentalista di Osama è lo stesso che avevano in testa il fascismo, il nazismo, il comunismo. Cioè il desiderio non semplicemente di enunciare un valore ideologico -che in un caso poteva essere una certa immagine di Italia, in un altro la razza eletta, in un altro il Paradiso delle classi oppresse - ma di operare perché tutta la gente diventi attivamente partecipe di quel valore, magari facendola anche scendere in piazza, e comunque arrivando ad utilizzare tutti gli strumenti della vita sociale e politica e le istituzioni dello stato, della perché tutta la società divenga convinta della sua ideologia.

Quindi il progetto di Osama non è una semplice predicazione religiosa o un semplice regime religioso-politico tradizionalista, ma è un progetto politico-religioso integralista attraverso un utilizzo deliberato ed abile di tutti gli strumenti tipici delle lotte politiche moderne perché tutti acquistino la convinzione che L'Islam è forte, è vero, è vincitore.

Se comprendiamo che questa è la logica di Osama, le sue azioni evidenziano una profonda coerenza.

Osama comincia a farsi notare in Afghanistan perché l' Afghanistan è il luogo giusto in cui un musulmano sunnita può mostrare la potenza dell’autentico Islam, quello fondamentalista (la rivoluzione islamica di Khomeini in Iran non poteva essere presa ad esempio perché gli iraniani sono sciiti).

L' Afghanistan era il luogo di verifica adeguato perché dal 1979 il regime filocomunista al potere era appoggiato dai consiglieri sovietici, quindi impedire che il comunismo sovietico, una delle culture antislamiche di derivazione occidentale, sradichi il modello di vita islamico è una forma di Jihad.

. Fino a quel momento Osama è d'accordo con gli americani, secondo il classico principio che quando l'Islam trova appoggi anche presso gli infedeli per combattere altri infedeli lo si può fare tranquillamente. In quegli anni non ha mai rifiutato una lira dagli americani.

Finita vittoriosamente la guerra dei mujaheddin islamici contro il regime comunista di Kabul Osama vede confermata dal successo sul campo la validità della sua visione di rinascita fondamentalista dell’Islam.

Ma quando avviene la svolta? Quando questo giovane - che si è fra l'altro distinto anche come capace organizzatore e combattente (sicuramente Osama ha partecipato personalmente a molti combattimenti, è una persona coraggiosa, oltre che con notevoli doti organizzative e intellettuali) –nel '90 è in Arabia Saudita, sua patria d'origine, proprio quando Saddam Hussein invade il Kuwait.

In quella circostanza Osama, da bravo musulmano, è profondamente avverso a Saddam Hussein, creatore di uno dei regimi più laici del Medio Oriente e di una politica laicamente spregiudicata; offre quindi le truppe dei suoi mujaheddin al re saudita per combattere contro l'invasore del Kuwait, per evitare che gli americani si stabiliscano sul sacro suolo dell’Arabia e che la vittoria su Saddam dipenda dalla forza degli infedeli. Il sovrano saudita però sappiamo che ha preferito l’alleanza con gli americani che ha portato all’operazione "Desert storm". ….

Tutto questo segna la crisi e la svolta definitiva di Osama, che non accetta nella sua visione fondamentalista che i luoghi santi dell'Islam, La Mecca, Medina, e tutta l’Arabia, siano occupati stabilmente dagli infedeli.

Gli americani infatti, per quanto se ne stiano nelle basi militari nel deserto, comunque occupano il suolo sacro e rivelano la debolezza dell'Islam. E’ da allora che Osama diventa un fanatico nemico della dinastia saudita e degli americani e sviluppa progressivamente una serie di azioni sempre più mirate e programmaticamente distruttive verso i suoi avversari, al fine di costringerli a “sottomettersi” e per mostrare alle masse islamiche la potenza dell’autentico Islam.

Mi fermo qui evidenziando come tutta la visione politico-religiosa di Osama sia esmplificata nel suo primo video, che tutti voi avrete sicuramente visto.

Osama appare in una grotta, come nel 610 la rivelazione dell'arcangelo Gabriele a Maometto fu fatta in una grotta sul monte vicino a La Mecca: quindi Osama è figura del profeta.

Osama indossa una giacca che sembra americana e accanto ha il kalashnikov che è russo; Maometto si è presentato come profeta armato: allo stesso modo Osama indossa i trofei strappati al nemico. Oltre a lui hanno parlato anche gli altri capi di Al Quaeda; anche Maometto fin dall'inizio ha avuto come conferma della verità della sua rivelazione i primi seguaci.

E poi il punto decisivo della sua visione: si è appellato a tutti i musulmani e li ha invitati alla guerra santa dicendo di essere stato chiamato a fare la loro avanguardia, questo è il modello del fondamentalismo islamico attuale.

Adesso infatti che non c'è più un califfo, quindi un’autorità ufficiale riconosciuta come autorità dell'Islam, come si farà a stabilire chi è il vero capo dell'Islam? Deve essere in qualche modo uno che ha l'investitura divina e lui pretende di averla -è l'avanguardia- ma deve essere riconosciuto come tale dalla “umma”, dalla comunità dei fedeli. Ecco perché invita alla sollevazione le masse, le masse povere del mondo islamico. E naturalmente per ottenere consenso è necessario che la sua sia una guerra santa contro gli infedeli e anche contro i musulmani traditori. Infatti il motivo concreto della sua attuale battaglia è togliere i luoghi santi dal controllo della dinastia saudita e liberarli dalla presenza degli infedeli. E così tutto tiene. E' una coerenza estrema.

 

Rodolfo Casadei

Ringrazio il prof. Caspani perché mi permetterà di risparmiare di dire molte cose avendole già dette lui.

Ringrazio lo studente che all'inizio ha parlato francamente, ha detto: “Cari amici vi abbiamo invitato perché ci interessano molto le vostre informazioni, le vostre competenze, molto meno le vostre opinioni, siamo in grado di farcele da soli.”

Lo ringrazio di questa franchezza. Il compito dei giornalisti come sapete è dare informazioni, ma che uno sia giornalista o che non lo sia si ha sempre il diritto-dovere di esprimere opinioni, purché, questo è importante sottolinearlo, siano collegate alla conoscenza dei fatti. Sempre ci è chiesto di informarci, di gettare lo sguardo sulla realtà e di raccogliere quanti più fattori possibili, cercando di guardare la realtà nella totalità dei suoi fattori. Alla luce di questo si ha il diritto, ma anche il dovere, di esprimere un commento perché non è umana una posizione che guarda la realtà ma non la giudica; se non la giudica non può impegnarsi con la realtà.

In realtà noi siamo esseri umani proprio perché ci impegniamo con la realtà.

Io cercherò di aggiungere notizie a quelle che sono state date nella prima relazione e quindi se mai il commento, il giudizio, lo do all'inizio e quindi lo giustifico nell'esposizione sintetica che voglio fare.

Cosa è successo con gli attentati terroristici contro gli Stati Uniti? Sì, c'è stata una dichiarazione di guerra, un nuovo tipo di guerra che è stato dichiarato dall'estremismo islamico agli Stati Uniti, ma anche ai governi di quasi tutti i paesi arabi. L'obiettivo a medio termine è stato quello di provocare rivoluzioni nei paesi islamici contro i governi al potere e di mettere in ginocchio gli Stati Uniti, identificati come la massima potenza mondiale. L’obiettivo finale è quello di creare una superpotenza musulmana , un grande stato che riunisca tutti gli stati musulmani del mondo e che sia quindi una grande potenza mondiale in grado di rivaleggiare con le altre. Anzi, nel momento in cui questo stato nascesse da una sconfitta degli Usa, sarebbe evidentemente la superpotenza numero uno del mondo.

Tutto questo pare un progetto visionario, in realtà si tratta di una sfida decisiva e non solo del sogno di alcuni esaltati. Vediamo perché. Un procedimento giornalistico per spiegare la complessità dei fatti spesso è seguire la biografia di un personaggio. Qui il personaggio c'è, è questo Osama Bin Laden identificato come il cattivo, lo spirito del male, un personaggio da film…

A quest’immagine Osama risponde bene. Cosa è importante dire di lui che ci aiuti a capire il contesto in cui oggi avviene la sfida dell'estremismo islamico all' Occidente e in realtà a tutto il mondo? Che Bin Laden cresce in Arabia Saudita che, come si sa, è importante per due ragioni:

1)      è il luogo dove è nata la religione islamica, fra La Mecca e Medina: Maometto è cresciuto in Arabia e l'Islam si è irradiato dall'Arabia: oggi gli Arabi sono il 20% di tutti i musulmani che sono in tutto un miliardo e duecento milioni.

2)      è una superpotenza petrolifera: chi controlla il petrolio dell'Arabia Saudita e riuscisse a controllare il petrolio di tutto il Golfo Arabico su questa sponda e Persico sull'altra, chiaramente controllerebbe il destino dell'economia mondiale. L'Arabia Saudita è quindi un paese chiave, anche se è un deserto.

Bin Laden è un miliardario, ma non è nato miliardario. Lo è diventato grazie all'arricchimento della sua famiglia, una famiglia di costruttori che si è arricchita negli anni '60-'70 grazie alle commesse di stato che venivano pagate con i soldi dell'esportazione del petrolio. Poteva diventare uno sceicco da rotocalco che si godeva la vita su un panfilo, spendendo soldi in modo disinvolto, circondandosi di belle fanciulle e invece fa una scelta di tutt'altro tipo. Parte volontario per l'Afghanistan invaso dai sovietici. Non era ovvio che un giovane musulmano anche volenteroso partisse volontario per stare con i mujaheddin afghani contro i sovietici. Tutto il mondo musulmano si scandalizza per l'invasione sovietica dell'Afghanistan, ma in realtà per molti anni il problema del mondo arabo è stato soprattutto il problema dell'unità fra gli arabi, e gli afghani non sono arabi, sono musulmani, ma non arabi.

Le modalità con cui gli arabi nel Novecento avevano cercato fino ad allora di unificarsi, di creare uno stato potente, di risolvere i loro problemi storici erano state legate ai vari tentativi di unificazione tra gli stati condotti da Nasser, da altri leader di quegli anni, ma tutti improntati a un nazionalismo arabo, vicino al socialismo ma non identificato con esso, ad una via terzomondista, più vicina all'URSS che agli USA, comunque a un tentativo di terza via sostanzialmente laica, senza sottolineare la componente religiosa. Questi tentativi di modernizzazione sono falliti perché gli Arabi hanno perso le loro guerre contro Israele, si sono combattuti tra loro anziché unirsi e a un certo punto i due più grandi tentativi di modernizzazione del mondo musulmano (dopo la modernizzazione della Turchia), uno sul versante socialista, uno sul versante capitalista falliscono.

Fallisce l'Algeria, che aveva fatto la scelta socialista, il paese arabo (insieme all'Iraq) più simile all'URSS, fallisce la sua modernizzazione e nasce in Algeria una guerriglia islamica che negli ultimi dieci anni ha causato 120.000 morti. Musulmani che uccidono altri musulmani, una tragedia che come perdite umane rivaleggia con molte altre crisi di cui si parla di più.

D'altra parte sta il fallimento dell'Iran, che prima di essere l'Iran di Khomeini e della Repubblica islamica attuale, è stato l'Iran dello scià di Persia, che era un fedele alleato dell'Occidente. Si è  tentato allora di realizzare in Iran l'occidentalizzazione, ma questa è fallita nel sangue della dittatura dello scià e nel sangue della rivoluzione dell'Islam guidato da Khomeini che abbatte il regime. Per la prima volta nasce una repubblica islamica.

Le repubbliche islamiche non esistevano più da secoli e sempre nel mondo arabo musulmano e anche in quello persiano avevano prevalso élites militari che usavano la religione per sostenere il proprio potere, ma i religiosi erano in secondo piano. Con Khomeini si ribalta la situazione storica: per la prima volta sono i religiosi che  decidono della politica e non più i militari. La repubblica persiana-iraniana però è una repubblica di persiani e di sciiti, cioè non è l'etnia araba e non è neanche la corrente principale dell'Islam, quella sannita, ma quella di minoranza, quindi non fa abbastanza scuola nel mondo arabo.

Nel mondo arabo nascono allora questi molteplici gruppi che non riescono a creare uno stato islamico, ma lo stato islamico resta il loro obiettivo, questo è l'obiettivo di al-Qaeda, il gruppo di Bin Laden, in versione universalistica.

Mentre gli iraniani, essendo sciiti-persiani, non possono pensare alla repubblica islamica se non in termini  nazionali - con qualche esportazione in Libano, in Iraq, in quei paesi dove ci sono gli sciiti - per gli estremisti arabi, la cui nascita data negli anni '30 in Egitto, c'è questo grande ideale di uno stato universale di tutti i musulmani.

E’ in questo contesto che al-Qaeda cambia pelle in questi venti anni in cui è cresciuta. All'inizio recluta soldati arabi per l'Afghanistan e in questa fase è anche finanziata dall'Occidente, cioè denaro occidentale, degli Stati Uniti, oltre che del Pakistan e dell'Arabia Saudita è transitato in al-Qaida quando questa reclutava combattenti arabi per combattere i sovietici in Afghanistan. In una fase successiva però al-Qaeda si trasferisce in Sudan agli inizi degli anni ‘90, quando il regime del Sudan fa la scelta a favore dell’integralismo islamico, senza però essere capace di realizzarlo per i gravi problemi che attanagliano tutti questi paesi arabo-africani.

Bin Laden, che in Arabia Saudita sarebbe stato messo in prigione per la sua opposizione alla monarchia saudita, trasforma in quegli anni al-Qaeda in un vero e proprio gruppo terroristico, cioè addestra suoi commandos per attentati contro gli americani in Arabia Saudita e in Africa; addestra guerriglieri islamici di tutto il mondo per provocare rivoluzioni islamiche nei paesi dove i governi musulmani sono considerati governi traditori, corrotti, atei e ipocriti e  già allora cominciano i tentativi di Bin Laden di acquisire armi di distruzione di massa.

Nel 1993 per la prima volta al-Qaeda tenta di acquistare uranio arricchito per costruire una bomba atomica. E' dal '93 fino ad oggi che al-Qaeda tenta di procurarsi armi nucleari, l'ultimo contatto di cui abbiamo notizia è dell'estate scorsa, quando emissari di al-Qaeda hanno incontrato fisici e ingegneri nucleari bulgari, ma ci sono state decine di tentativi in questi anni, vuoi di acquisizioni di armi atomiche dalle    repubbliche dell'ex URSS, vuoi di procurarsi uranio arricchito per produrre in proprio un'arma atomica. E' molto sinistro il riferimento che Bin Laden nel suo video fa della bomba atomica sul Giappone. Cosa interessa a Bin Laden dei giapponesi? Sono infedeli, anzi avevano occupato anche paesi musulmani come l'Indonesia…Gli interessa per giustificare l'eventuale uso da parte dell'estremismo islamico delle armi nucleari. Quasi a dire: "Voi l'avete fatto, adesso anche noi vogliamo farlo".

Interessante è anche la storia dei tentativi di acquisizione delle armi batteriologiche e chimiche: ci sono stati molti contatti tra emissari dei servizi segreti dell'Iraq e al-Qaeda dal '95 ad oggi. Nonostante ideologicamente l'Iraq di Saddam e al-Qaeda di Bin Laden siano su fronti opposti (uno è una specie di nazismo arabo, questo altro invece è un estremismo islamico), tuttavia ci sono stati contatti, è possibile che parte delle armi chimiche e batteriologiche prodotte dall'Iraq siano passate nelle mani di al-Qaeda. Anche se non è dimostrabile un legame dell'Iraq con gli attentati di New York, sicuramente uomini di al-Qaeda sono stati addestrati in Iraq e c'è la possibilità che una parte dei 170.000 litri di antrace prodotti dall'Iraq possano essere in Afghanistan nei depositi di al-Qaeda. Per concludere: perché Bin Laden e al-Qaeda scelgono il terrorismo come arma che potrebbe mettere in ginocchio l'Occidente? Per una lettura ideologica e psicologica del mondo occidentale. Al-Qaeda (e gli altri terroristi arabi) è convinta che l'Occidente sia un mondo corrotto, di persone immorali, prive di principi e valori forti, vigliacche, di persone non coraggiose, e immaginano che seminando terrore, causando molte perdite umane indiscriminate - quindi non solo sul fronte militare ma anche su quello civile- gli occidentali, essendo vigliacchi, accetteranno di sottomettersi al disegno politico di al-Qaeda.

C'è un episodio storico da cui nasce questa convinzione di Bin Laden e al-Qaeda.

Ripensiamo al momento in cui gli Stati Uniti nel '93 lasciano la Somalia.

Negli anni '90 gli occidentali avevano tentato di riorganizzare lo stato somalo. Bin Laden già allora finanzia alcuni gruppi somali che attaccano i marines americani. In un attacco muoiono 19 marines americani (battaglia in cui morirono anche alcune centinaia di somali). All'indomani della morte dei 19 marines il presidente Clinton ordinò il ritiro degli USA dalla Somalia: "la Somalia non ci interessa, non vogliamo avere altre perdite". Quel giorno lì Bin Laden disse: "Noi possiamo sconfiggere l'Occidente. Se l'Occidente abbandona un teatro militare per 19 soldati perduti, questo significa che l'Occidente ormai non è in grado di difendersi. Se noi terrorizziamo l'Occidente, pur di salvare la loro miserabile vita gli infedeli si sottometteranno." Questo è uno degli elementi su cui fa leva l'estremismo di al-Qaeda

L'altro è il sentimento antioccidentale, antiamericano, antieuropeo, anticristiano che c'è nel mondo musulmano, non solo arabo. Questo è un sentimento di diffidenza a livello popolare, non politicizzato, anche se si nutre di affermazioni politiche; è una diffidenza che nasce da motivi di cultura, di tradizione, di diversità di valori: diversità religiosa, culturale, non è l’espressione di una volontà terroristica.

Il tentativo dell'estremismo islamico è quello di politicizzare questo sentimento antioccidentale per fare la "guerra di civiltà", per andare allo scontro con l'Occidente. Come Hitler negli anni '30 politicizzò il sentimento popolare antisemita dei tedeschi, che era diffuso a livello popolare ma non a livello di organizzazione politica; e poi sapete come è andata a finire…

Al-Qaeda segue lo stesso procedimento: trova nella base sociale un sentimento di ostilità e lo valorizza, anche perché le rivoluzioni si fanno solo se si identifica un nemico preciso e quindi si chiama ad adunata contro un nemico preciso. Di tutti i nemici occidentali in realtà gli Stati Uniti sono quelli che hanno meno responsabilità perché piuttosto, se c'è qualcuno che ha delle responsabilità storica, è la Gran Bretagna e la Francia.

Dato però che gli Usa sono la superpotenza mondiale sono loro il nemico ideale per la rivoluzione islamica. Grazie.

 

 

 

 

 

Risposte alle domande

NDR Le domande, per i problemi tecnici della registrazione, sono andate perse.

 

 Casadei

-         Con nessun fanatico è possibile il dialogo, che sia islamico, ateo, cristiano, di qualunque      origine: con i fanatici non si riesce a discutere.      

-         La questione dei "paesi poveri" merita una puntualizzazione.

Proprio per come si stanno svolgendo i fatti e i personaggi della vicenda dovrebbe esserci chiaro che il terrorismo non nasce da una sete di giustizia, ma da un progetto di potenza. Noi faremmo un grande regalo ai terroristi se accettassimo di pensare che loro sono i portavoce di istanze di giustizia. Non è così.  E questo è talmente plateale che è difficile non accorgersene. Qui abbiamo un gruppo terroristico il cui capo è un miliardario arabo, nato in Arabia Saudita, che è uno dei paesi più ricchi del mondo. I sauditi non hanno altro da fare che da scavare nella sabbia per vedere uscire il petrolio, venderlo e incassare miliardi di dollari. E' un paese dove potrebbero fare le strade d'oro. Eppure è un paese dove il reddito pro capite è di 8000-9000 dollari, che è già molto di più di altri paesi, ma potrebbe essere molto diverso se la politica, la società e la cultura fossero modernizzate come invece non sono.

Bin Laden con i suoi miliardi non ha mai costruito un ospedale, una scuola, cosa che un miliardario interessato alle sofferenze dei poveri e degli ultimi invece forse dovrebbe sentirsi motivato a fare. Invece ha costruito bunker, strade militari, ha organizzato una rete terroristica e l'addestramento alla guerra.

Il regime nelle cui basi è ospitato, il regime talebano, che governa l'Afghanistan, è uno dei regimi più oscurantisti e reazionari del mondo. I talebani non sono un governo progressista che sfida la povertà e l'imperialismo, sono un governo che ad esempio proibisce alle donne di uscire di casa per lavorare, e se escono devono essere accompagnate da un uomo, coperte dalla testa ai piedi dalla burqa, e non possono andare a scuola e all'ospedale o all'ambulatorio a meno che non siano scuole o ospedali riservati al loro sesso.

Prendiamo ad esempio il caso dell'ospedale di Gino Strada, un chirurgo italiano che ha creato due ospedali in Afghanistan,di cui uno a Kabul, ed era il migliore ospedale di Kabul; ebbene, è stato chiuso d'autorità dai talebani perché avevano notato che c'erano contatti tra uomini e donne. 

Naturalmente ce n'è anche per i ragazzi, non solo per le donne: è vietato radersi la barba, per esempio, si finisce in prigione perché la barba è segno di devozione religiosa e quindi radersela è un crimine contro la religione,  e si sta in carcere finché la barba è ricresciuta. Sembra una comica, ma è la realtà.

In Afghanistan è vietato fotografare, disegnare, scolpire, ascoltare musica, la televisione, usare internet: cioè tutto ciò che ha a che fare con l'espressione umana e le arti visive, la comunicazione, è proibito.

Occorre rendersi conto che gli attentati suicidi di New York non sono opera di poveri ragazzi palestinesi, cresciuti in un territorio occupato, che non hanno speranza e che quindi compiono un attentato suicida come gesto di disperazione, ma anche per mettersi alla pari, in qualche modo, con il loro avversario che li ha sempre umiliati.

Gli attentatori sono tutti sauditi e egiziani che hanno studiato nelle università del mondo arabo e europeo, che conoscono le lingue, parlano inglese, hanno vissuto per anni nei nostri paesi, dunque persone che non hanno problemi economici ; perché hanno fatto questa scelta di uccidere se stessi e migliaia di persone?

Per comprenderlo dobbiamo riflettere sul piano della diversità dell'idea di realtà che hanno gli esseri umani.

Se l'idea della realtà che ho io è appunto quella di un Islam immobile dove le donne stanno al loro posto, i giovani stanno al loro posto, tutti vanno alla moschea, si parla arabo e questo mondo islamico deve espandersi e occupare tutto il mondo - e questa è l'immagine che hanno dell'Islam gli uomini di al-Qaeda- allora non solo l'Occidente, ma la realtà stessa è un nemico da combattere perché la realtà mi manda un altro messaggio.

La realtà manifesta un altro mondo, ben diverso da questo Islam, piuttosto un mondo con tratti occidentali. E non solo: quello che succede in Occidente, un po' alla volta, arriva nel mondo islamico e quindi le donne non vogliono più uscire con il velo, i giovani vogliono guardare la Tv e tagliarsi i capelli alla Di Caprio, ecc…

Allora io mi rendo conto che questo mondo che mi è ostile sta divorando l'idea di realtà che ho io. Non potendo sopportare che l'idea, che l'immagine di mondo che ho io, venga distrutta, allora io distruggo il mondo.

Questo è il meccanismo che fa decidere l'attentatore suicida di al-Qaeda.

Distrugge la realtà perché la odia in quanto è diversa dal suo progetto. Se volesse fare qualcosa di positivo potrebbe farlo con l'azione politica o con il volontariato.

Le possibilità di costruzione umana sono infinite.

Sceglie invece la via della distruzione perché sceglie un progetto di potenza.

Suicidandomi io annullo la superiorità del mondo occidentale, lo riduco in cenere, certo riduco anche me in cenere, ma finalmente siamo pari. Ed è questo che gli interessa, non l'affermazione della giustizia.

-         Occidente e Stati Uniti non sono la stessa cosa.

Gli Usa sono nati negli ultimi 200 anni. Prima ci sono stati 1700 anni di Occidente, se ci mettiamo anche la filosofia greca più di 2000 anni. Stati Uniti e resto dell'Occidente hanno molte cose in comune, ma anche alcune che non sono in comune. Fra l'altro gli Usa sono un paese più religioso dell'Europa. Tutte le indagini sociologiche affermano che c'è più pratica, più credenza, più preghiera negli Usa. Quindi se i terroristi volevano colpire uno stato ateo hanno sbagliato bersaglio: sono più atei gli europei che gli americani.

Ciò che in definitiva sancisce la differenza dell'Occidente rispetto alle altre civiltà è l'affermazione storica della libertà. Non da subito, ma nell'evoluzione della sua storia l'Occidente è venuto infatti affermando il valore supremo della libertà della persona. Per questo ha dovuto innanzitutto affermare l'unicità della persona, affermare il valore della ragione, affermare il valore della storia; e tutto questo non è ovvio, perché nella cultura tradizionale la storia è ciclica, mentre nella cultura occidentale la storia è progresso. Questa affermazione della persona, della ragione, della storia, nascono dall'eredità giudaico-cristiana dell'Occidente, eredità che poi si secolarizza, ma è  pur sempre quel seme gettato nella storia dell'Occidente che porta all'affermazione della libertà.

La libertà è importante perché è significa personale determinazione di sé e questo per esempio non è ancora oggi recepito dalla quasi totalità del mondo musulmano. Sicuramente non nel mondo arabo, dove l'idea di libertà di coscienza non esiste. Esiste solo il conformismo politico e religioso. Non è importante quello che tu credi, la tua idea politica. L'importante è che tu ti sottometta al potere politico, e alle norme religiose. Sei un buon cittadino e un buon musulmano se ti sottometti alle norme politiche e religiose.

 

Caspani

Per definire sinteticamente la differenza antropologica tra il cristianesimo e l’Islam mi rifaccio alla categorizzazione di padre Samir, un noto islamologo.

Il cristianesimo si può definire una “religione incarnata”, il che significa che Dio si è reso avvenimento, un Fatto incontrabile, con il quale si può sviluppare un rapporto, questo vuol dire che Dio già agli ebrei si rivela in un rapporto personale. Chiama Abramo, chiama Mosè, si incarna in una persona: Gesù Cristo. Quindi Dio è incontrabile, incarnato. In un rapporto, gli studenti lo sanno bene, può succedere di tutto; amarsi alla follia e anche litigare, oppure andarsene sbattendo la porta. L'ateismo di buona parte del mondo occidentale è questo: è più un antiteismo in termini teorici che un vero e proprio ateismo. Però la radice è sempre un rapporto.

Invece l'Islam è una “religione incartata”. In che senso? Perché la vera rivelazione è il Corano. Lo stesso Maometto non è infatti Dio in terra, è un profeta, Dio è uno solo. Il Cristianesimo che pensa che Dio si sia incarnato è per loro un politeismo, è sbagliato.  Lo stesso Maometto non ha aggiunto nulla -così dicono i musulmani- alla rivelazione che ha ricevuto. Il Corano è parola di Dio in quanto tale, mentre noi sappiamo per esempio che il libro sacro per eccellenza del mondo giudaico-cristiano, la Bibbia, nel senso dell'Antico e del Nuovo Testamento, è scritto da mani umane sotto ispirazione dello Spirito Santo. Questo è talmente vero che non appare blasfemo porsi il problema dell’interpretazione della Bibbia e tutti noi sappiamo quante espressioni dei testi biblici vadano interpretate, e non siano da prendere alla lettera.

Invece quanto è contenuto nel Corano è assolutamente e oggettivamente parola di Dio.

Questo ci aiuti anche a capire meglio una caratteristica costitutiva del cristianesimo: stiamo attenti a non ritenere la Parola di Dio come l’unico fondamento del cristianesimo perché,  bisogna leggere la Parola per capire Cristo - diceva già S. Girolamo - non bisogna leggere la Parola per incontrare Cristo. Cristo si incontra in un Avvenimento, nei sacramenti ...in un'esperienza, ammaestrata certo dalla Parola…

Questo è il punto fondamentale: se il Cristianesimo è una “religione incarnata”, allora sarà sempre una questione di rapporto. Rapporto vuol dire che l'Altro tiene conto della mia libertà. E in nome della mia libertà io posso litigare con l'Altro, posso costruire il rapporto oppure posso chiuderlo……

Invece in una “religione incartata” qual è il problema? O ci sto o non ci sto. Cioè aderisco, recito la mia confessione di fede, dico cinque volte al giorno la preghiera, ecc. Se faccio tutto questo, allora dopo, che io preghi molto personalmente o no, che abbia o no un certo tipo di spiritualità, questo è secondario.

Non fraintendetemi, non sto dicendo che non ci sia una spiritualità nell’Islam, anzi, nell'Islam ci sono forme mistiche eccezionali da cui il mondo giudeo-cristiano avrebbe molto da imparare, ma questo che stiamo facendo è un discorso sull’antropologia implicata dalle due religioni, sul piano della storia della cultura islamica che è ricca ed estremamente interessante si potrebbero dire altre cose, ma ora non stiamo parlando di questo. 

Il punto è che il Corano non va interpretato, va applicato, e se trovo uno che pensa che ad esempio un’applicazione corretta di una serie di passi sia che chiunque è contro l'Islam va eliminato, in qualunque luogo o circostanza sia, allora il fatto che sia un bambino invece di un adulto, il capo di un paese che mi ha attaccato invece che un turista o un passeggero innocente di un aereo, non conta assolutamente nulla.

La dignità della persona umana in quanto tale non viene così presa in considerazione.

Non sto dicendo con ciò che la tradizione giudeo-cristiana sia senza colpa sul piano della difesa della dignità della persona umana, però sto dicendo che c'è sempre stata all'interno di quella visione la possibilità di prendere in considerazione la necessità di una correzione delle azioni compiute, di una reinterpretazione.

Qual è la caratteristica di una mentalità religiosa secondo il modello giudaico-cristiano?  Qual è il criterio della verità?

Il fatto che vivere l’esperienza religiosa dà soddisfazione a quei bisogni fondamentali di esigenza di verità, di giustizia, di libertà che sono insiti in noi e permette di vivere in serenità e letizia il rapporto con il prossimo intorno.

Da questo punto di vista la vittoria o la sconfitta sociopolitica è secondaria.

E’ facile comprendere questo se pensiamo alla storia del popolo ebraico negli ultimi duemila anni.

Se il criterio della verità della propria religione fosse il successo terreno o l’esito sociopolitico il mondo ebraico da tempo dovrebbe aver smesso di credere perché ha avuto la distruzione del tempio, la diaspora, persecuzioni nei secoli, la Shoah…….

Eppure ogni generazione ha continuato a trasmettere la fede e a trovare chi ha risposto, perché evidentemente ad ogni generazione i giovani trovavano nella vita dell'uomo giusto, del rabbino, del padre e della madre, quella promessa di felicità, letizia e serenità nel rapporto con Dio, con gli uomini e con la realtà che da altre parti non trovavano….

Qualcuno potrebbe a questo punto dire: certo, questa è la nostra tradizione, la libertà, il valore della dignità di ogni singola persona, la verifica dei valori umani…ma questo non coincide con l’idea di Europa cristiana.

E’ vero, l’Occidente non coincide con l’Europa cristiana, fa parte dell'Occidente anche tutto quel mondo laico che ha affermato, ad esempio, valori umani come “libertà, uguaglianza, fraternità” senza bisogno di fondarli su una visione religiosa, anche se rimane che la radice di quei valori proviene dalla tradizione giudaico-cristiana. Poi certamente si può discutere su come il mondo laico occidentale li ha applicati, così come d’altra parte si può discutere come il mondo cristiano ha vissuto e praticato la cultura generata dalla sua fede.

Ma non si può negare che in linea di principio in entrambi i casi ci sia una prospettiva che vuole valorizzare l’umano.

Perché allora il mondo occidentale si permette di fare la guerra? Questo è il grande tema. Perché semplicemente non dice: "Basta, accettiamo quel che è successo e fermiamoci, finiamola. Tutti abbiamo tante colpe, perché punire i terroristi ? Prima o poi si deve morire, perché rischiare di perdere la vita a causa del fanatismo dei terroristi, perché non accettare le loro richieste ?”

Perché invece gli americani e gli occidentali sono andati a cercare Bin Laden?

E' molto semplice: perché hanno capito che quella non è una prospettiva religiosa e nemmeno umana e quindi va fermata.

Chi ha capito per primo che il terrorismo di al-Quaeda non esprime la dimensione religiosa ?

Il Papa. 

Il Papa infatti, nei giorni immediatamente seguenti agli attentati, è andato in Kazakistan, ribadendo più volte che non si deve fare riferimento alla religione per fare la guerra, in un contesto di apprezzamento ecumenico delle diverse religioni, tra cui l’Islam.

Cosa voleva dire?  Che bisognava fare una marcia pacifista?

Il Papa è un uomo pacifico, ma questo non significa aderire all’ideologia pacifista.

In realtà l’insegnamento papale, mi pare, vuole andare più in profondità, ci invita a non cadere nella trappola del terrorismo, che vuole scatenare un conflitto religioso, uno scontro tra civiltà, e ci invita piuttosto a osservare tutti i fattori in gioco, in questo senso ci suggerisce addirittura un motivo in più per combattere il terrorismo, il terrorismo va combattuto anche perché è una visione politica della religione, perché fa un uso strumentale della religione a fini di potere.

E cosa si fa contro chi vuole usare tutto e tutti per affermare la propria visione politico-religiosa, in una prospettiva in cui il criterio della verità della propria idea di realtà è ridotto al successo proprio e alla distruzione altrui ?  Lo si combatte, come si faceva contro Hitler. Grazie a Dio che c’è stato chi ha combattuto Hitler..

 

Casadei

L'obiettivo di Osama è quello di creare una entità politica. L’obiettivo è politico, ma per raggiungere questo obiettivo si usa il sentimento religioso. 

Anche a questo proposito è chiaro poi che la visione dell’Islam di Osama non coincide con quella dell'Islam nel suo complesso, ad esempio nell'Islam sunnita non è lecito il suicidio, il suicidio per loro è un peccato mortale (per gli sciiti è diverso). Secondo il Corano poi anche in guerra non bisognerebbe colpire i civili, addirittura non bisognerebbe colpire le proprietà materiali dei nemici, ma solo i nemici. 

Così si comprende che per Osama l'obiettivo è politico e la religione, che pure serve molto, viene adattata, perché la cosa più importante è la utilizzabilità della religione per scopi politici.

Quanto all'Islam che si difende dall’ “imperialismo della civiltà occidentale”: è vero che c'è un dissidio culturale tra Islam e Occidente.

E' difficile però dimostrare che i problemi degli arabi dipendono dagli Stati Uniti , la maggior parte dei problemi degli arabi dipendono da loro stessi, sono loro stessi la causa.

Tutti noi sappiamo però che è comodo poter trovare un capro espiatorio e poter dire "la colpa è di un altro stato". Quale? Il più potente, gli Usa. 

Ma lo scontro culturale di oggi non è tra il mondo occidentale e l'Islam in quanto Islam.

Quel che accade è che una cultura, una economia, una scienza, una tecnologia, una civiltà basata sulla libertà, quindi sulla possibilità di affermazione del soggetto, è destinata per sua forza ad espandersi.

Il nostro mondo ha una forza propulsiva che una civiltà che è chiusa su se stessa non può avere. E’ per questo che la nostra civiltà si espande, nel bene e nel male.

La nostra civiltà ha avuto ed ha il colonialismo, l'imperialismo, ha creato le armi nucleari che oggi verrebbero usate contro di noi, è una storia fatta di bene e di male.

Ma è una storia sempre un passo avanti alle altre civiltà perché la scelta di privilegiare la libertà, l'individuo, la ragione portano a una capacità creativa e di espansione che non hanno altre civiltà. Quindi le altre civiltà se mai dovrebbero prendere l'esempio dai giapponesi o dai coreani, da certi popoli dell'Asia che adesso guardano alle tecniche e ai valori dell'Occidente, cercano di farli propri, trovano i modi per assumerli e quindi riescono a crescere, modernizzarsi e nel contempo mantenere la propria identità. I popoli che sono già riusciti a farlo (Giappone, Corea, Indonesia, Cina…) sono cresciuti.

Prendiamo ad esempio la Cina: ancora oggi è un paese dove non esiste la democrazia, l'idea del soggetto umano; però negli ultimi 25 anni, rivolgendosi all'Occidente, ha cominciato a far sue alcune caratteristiche dell'Occidente, per esempio la libertà economica. Molte libertà mancano in Cina, ma quelle libertà che sono state immesse nel tessuto cinese hanno fatto sì che la Cina cresca a una velocità dell'economia del 9-10% all'anno. Eppure è un paese del “mondo” dominato dagli americani.

Ci sono altri popoli che hanno delle difficoltà. Non generalizziamo, il Terzo mondo non è tutto uguale. C'è un terzo mondo che cammina, un altro che corre, uno che cammina all'indietro. Gli arabi rischiano di camminare all'indietro se pensano che i loro problemi derivino dall'Occidente. I problemi derivano sempre da noi stessi, questo è vero nella vita personale e nella vita dei popoli. Come diceva un antropologo francese, Rene Girard "Il capro espiatorio è la soluzione di tutti i mali, ci permette di dare agli altri la colpa della nostra condizione".

I popoli che capiscono queste cose vincono la sfida con la civiltà occidentale, quelli che non l'accettano sono destinati al massimo a produrre fenomeni come questo di Bin Laden che senz'altro non prelude alla vittoria, prelude a sconfitte forse per tutti, senz'altro per il mondo da cui nasce questo fenomeno.                                       

 

Caspani          

Mi aggancio a quest'ultima osservazione. Parto dal riconoscimento che, anche se strumentalizzata, c'è una fortissima carica religiosa in Osama e nei fondamentalisti.

Cosa ci rivela la realtà dall'11 settembre in poi? Che quello che un Occidente sazio e consumistico credeva di avere risolto, cioè i problemi del significato della vita, che venivano ridotto a non problemi o al massimo tollerasti come problema tipico della dimensione privata dell’esistenza, tornano a galla come problemi sociali, come problemi comuni, di tutti: il problema della religione, dei valori, della cultura.

Questi non sono problemi secondari rispetto alla civiltà dei consumi e in questo senso è una circostanza positiva trovarsi qui a riflettere su eventi tanto drammatici, perché ci offre l'occasione di comprendere che non è vero che il mondo sazio e disperato del nichilismo edonista del nostro Occidente è l'unico orizzonte della vita. La realtà è più grande.

Proprio per questo  vi dico: per cercare con realismo di trovare un’identità equilibrata e matura nella vita nessuna dimensione strutturale dell'uomo -e la religione è una di queste- può essere ridotta solo a una dimensione privata.

Così Osama ci rivela -come ci hanno  rivelato il nazismo, il comunismo, il fascismo- che la dimensione religiosa ha sempre anche un risvolto sociale e pubblico e che ignorarlo non favorisce la tolleranza, favorisce solo chi, come è successo e succede anche nell'Occidente secolarizzato, vuole usare la religione solo in funzione di strumento per il potere.

Non dimentichiamo che molti studiosi del Novecento chiamano "religioni secolari" i regimi totalitari del '900. "Religioni secolari", quindi visoni politico-religiose totalitarie, eppure vissute con atteggiamento religioso, anche se da persone che da un certo punto di vista erano sicuramente atee rispetto alla prospettiva giudaico-cristiana. Così molti nell’Islam vivono con atteggiamento religioso questa “versione” dell'Islam di Osama e dei suoi.

Il problema è tornare a capire che l'unica cosa che conta è il rapporto con la realtà considerata in tutti i suoi fattori e che non è vero, come sembrava averci insegnato il Novecento, che l’Occidente ha risolto i suoi problemi religiosi e culturali e che rimane solo da imparare a gestire democraticamente il potere politico.

C'è ben altro. C’è, oggi come nel Novecento il problema fondamentale di dare senso alla vita in ogni istante della vita. Questo può essere l'insegnamento positivo di questa triste situazione, riscoprire che l’esigenza fondamentale dell’uomo è quella di affrontare la realtà dandole un significato, non credere che la politica sia la dimensione fondamentale.

Non pensiamo quindi che fare la guerra al grande terrorista di oggi, una volta che si abbia successo, risolva  tutti i problemi, perché questa sarebbe ancora una volta una visione “politicista”.

Fermato Osama ci sarà qualcun altro che cercherà di mettere a soqquadro il mondo.

Intanto però bisogna fermarlo. Fermarlo con tutte le cautele etiche che si possono usare, che vengono dalla nostra tradizione, però bisogna fermarlo. Fermarlo sapendo che la politica non è tutto, non è l’ambito della perfezione umana, però bisogna fermarlo.

E allora che significa operare sapendo che le risposte politiche concrete che si stanno realizzando non rispondono a tutte le esigenze dell’uomo? Occorre non sognare utopie di mondi perfetti: non ce ne sono.

Si può invece fare un lavoro di approfondimento e di ricerca sulla radice della nostra tradizione, che se è stata capace di generare la prospettiva della libertà e della dignità dell'uomo, allora vuol dire che può comunicarci un positivo ancora oggi. Conquistare esistenzialmente il “cuore” di questa radice è l'augurio che vi faccio. Grazie.

 

 

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