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DIESSE. Didattica e innovazione
scolastica
Associazione "NOI STUDENTI"
"…AMERICA, AMERICA"
Incontro dibattito dopo i fatti dell'11
settembre
Partecipano: Rodolfo Casadei,
giornalista,
Andrea Caspani,
docente di storia e filosofia
24 ottobre 2001, Aula Magna Liceo
Scientifico M.L. King, Genova
A.Caspani
La partecipazione così ampia risponde a
quello che è il senso di questo incontro, il tentativo di comprendere in
prospettiva storica gli ultimi eventi per comprendere meglio il nostro
presente, e questo è un richiamo anche per me che faccio lo storico di
professione, quindi che sono abituato a ragionare sui tempi più lunghi, su
discorsi che magari abbracciano secoli, che richiedono analisi ponderose.
C'è da dire subito una cosa: la storia
non può dire in che direzione si deve andare, ma, come diceva tempo fa in
un brillante articolo sull’Espresso U. Eco, “la storia non serve a sapere
dove si va (se qualcuno ti dice di saperlo è un bugiardo e un mascalzone)
ma da dove vieni.”
La vostra presenza indica che in questo
caso il discorso sulle radici storiche di questo contesto è
particolarmente sentito perché tutti noi avvertiamo che con i fatti
dell'11 settembre sono in gioco elementi non semplicemente di archeologia
culturale, di nozionismo, ma è in gioco qualcosa di più grande, è in gioco
la nostra umanità in tutti i suoi fattori ed è proprio da questo che
vorrei partire.
Per questioni di tempo procederò solo per
brevi flash, più per suggestioni che per un discorso organico.
In primo luogo, mi ripeto, il nostro scopo
oggi qui è soprattutto cercare di capire "di cosa si tratta", piuttosto
che "cosa fare?" Dopo, magari in base alle vostre domande, potremo anche
parlare di cosa fare, cosa è possibile prevedere, ma solo dopo.
C'è prima di tutto un mito da sfatare. In
molti dibattiti che ho sentito si dice: ma in fondo cosa è successo l'11
settembre? Niente altro che un gesto di grande terrorismo, un po' più
grande e grave di quelli precedenti. Un gesto di criminalità più che
politico, non innovativo sul piano della problematica culturale. Questo
non è vero, quello che è successo l'11 settembre ha un risvolto storico.
Provo a dirlo con parole non mie, ma
tratte da quello che dice l'editoriale della maggiore rivista geopolitica
italiana, universalmente stimata da destra e sinistra, "Limes".
L’editoriale sul numero speciale dedicato
all'attentato inizia così: "L'11 settembre 2001 è finita l'era geopolitica
iniziata il 9 novembre 1989. Crollava allora il Muro di Berlino, seguito
due anni dopo dal suicidio dell'Unione Sovietica. Poco più di un decennio,
periodo insufficiente per meritare una definizione propria. Per cavarcela
l'abbiamo battezzato "dopo guerra fredda".”
La prima cosa da capire è che
effettivamente siamo in un contesto storico nuovo: mentre dopo la caduta
del Muro di Berlino -convenzionalmente indicata come la fine della
dell'epoca del conflitto tra Est e Ovest, tra le grandi potenze, la fine
dell'era dell'ideologia - molti avevano addirittura teorizzato la "fine
della storia" e il processo di unificazione progressiva, pacifica sotto
gli ideali di democrazia, di tolleranza, di benessere, di progresso di
tutto il mondo, quindi l'avvento di un'era di globalizzazione positiva,
felice.
Ed invece
questa era, se mai qualcuno aveva pensato che si potesse realizzare - e
c'erano stati molti episodi, dalla guerra del Golfo ai conflitti in
Jugoslavia, per citare solo i casi eclatanti, che avevano indicato che non
era così, che non eravamo alla fine della storia – non ha realizzato la
“fine della storia” e se qualcuno aveva ancora qualche dubbio gli eventi
dell'11 settembre dovrebbero togliere ogni illusione. "Il disordine della
storia", per dirla con le parole di Havel, uno dei grandi dissidenti
dell'epoca della guerra fredda, "a lungo represso da un ordine
artificiale, si è rimesso in moto". Così commentava la svolta del 1989 e
così commenterebbe oggi. La storia si è rimessa in moto.
Perché dico questo? Cosa ha di originale
questo attentato? Cito un testo di Richard Falk, uno studioso americano
della democrazia internazionale, apparso su "Il manifesto" del 23
settembre, quindi solo una decina di giorni dopo.
Dice: "L’atrocità dell'11 settembre deve
essere considerata un salto in avanti nella tattica terroristica, avvenuto
in tre dimensioni: 1) il passaggio da atti estremamente violenti, tesi a
scioccare più che ad uccidere, ad assalti tesi a trasformare la società
del nemico in campo di battaglia insanguinato, in questo caso
simbolicamente (capitalismo, militarismo) – è chiaro che si riferisce alle
Torri Gemelle e al Pentagono - e sostanzialmente (un’enorme carneficina
umana e danni economici)”
E’ stato in effetti un tentativo
deliberato - l'avete visto tutti con le immagini- di mirare a colpire il
meglio possibile le Torri perché cadessero, implodessero con il calore che
avrebbe avvolto le strutture portanti più rapidamente possibile e
facessero più vittime possibili. Si vede benissimo con il secondo aereo
che l'attentatore ha manovrato l'aereo all'ultimo momento per mirare il
più possibile al centro in modo tale da far crollare meglio -meglio dal
suo punto di vista, cioè il più brutalmente possibile- l'intero palazzo e
per ammazzare quindi più gente possibile. Ma non dimentichiamolo: nelle
Torri Gemelle c'erano anche alcune delle più importanti ditte, finanziare
e non, del cuore degli Stati Uniti. Quindi in questo caso l'attentato ha
un valore simbolico sostanziale.
“2) il ricorso a competenze di base da
parte degli attentatori per impadronirsi delle tecnologie che possono
essere trasformate in armi di distruzione di massa.”
Questo in effetti non è l'attentato di un
giovane sottoproletario urbano di un paese del terzo mondo che non avendo
nulla da perdere si butta contro il nemico che gli porta via la sua terra.
Qui c'è gente che è stata addestrata per anni per diventare pilota
d'aereo. C'è gente che per anni ha preparato armi chimiche per costruire e
proteggersi nel mentre che si organizzano armi chimiche per distruggere
gli altri: non è una cosa che può fare chiunque.
“3) la disponibilità di militanti
preparati disposti a compiere tali crimini contro l'umanità al costo certo
della loro stessa vita.”
Sui cosiddetti kamikaze del terrorismo
aggiungo un particolare che il professore non cita: questi nuovi kamikaze
- ed è la differenza con il mondo giapponese da cui traggono il nome - non
hanno sacrificato se stessi lanciandosi contro un obiettivo militare
nemico, ma hanno deliberatamente utilizzato come arma i gruppi di
passeggeri innocenti di innocenti aerei di linea, non hanno “rubato” aerei
militari per colpire obiettivi militari. Nulla di romantico in loro. Qui
il terrorismo ha fatto deliberato uso di esseri umani innocenti come
proiettili. Nulla a che vedere neanche con la radice del terrorismo dell’Otto-novecento.
Di attentati ce ne sono stati tanti
nell'800 e nel '900, pensiamo però ad esempio all’attentato di Felice
Orsini contro Napoleone III.
Felice Orsini, che aveva lanciato una
bomba contro la carrozza di Napoleone III perché pensava che Napoleone
III volesse impedire l’unificazione italiana, quando poi fu catturato e
comprese che il suo gesto non aveva certo favorito la causa italiana,
inviò un messaggio per rivendicare la finalità ideale del suo gesto ed
anche per scusarsi di aver coinvolto nello stesso degli innocenti
(Napoleone III era rimasto sano e salvo mentre invece c’erano stati morti
e feriti persone tra le persone intorno a lui) perchè sapeva che il vero
terrorista idealista ammazza il “colpevole della situazione”, non gli
innocenti intorno.
Qui nulla di tutto ciò. Qui c’è un uso
deliberatamente strumentale di ogni vita umana che si incontra e che può
essere utile per realizzare i propri obiettivi.
E sentite come conclude questo professore
americano: “Una combinazione di elementi così letale e sostanzialmente
nuova pone una sfida senza precedenti all'ordine civile e alle libertà
democratiche. E' veramente una dichiarazione di guerra.”
Quindi quello che è accaduto l'11
settembre è un salto di qualità del terrorismo internazionale che segna un
nuovo tipo di guerra. Dobbiamo rendercene conto. Il problema è quindi
comprendere che siamo in un contesto storico segnato non da un più
efferato gesto di criminalità, ma da una sfida geopolitica nuova.
Allora vediamo di capire il contesto
geopolitico entro il quale si situano questi attentati.
Per dirla anche qui sinteticamente parto
da quanto è stato detto in quel famoso primo video di Osama Bin Laden: la
radice di tutto questo è il fatto che da ottanta anni il mondo islamico è
stato ingannato, oppresso dal mondo occidentale. Ottanta anni fa cosa è
accaduto? Era appena finita la I guerra mondiale. Quindi la radice della
questione, lo dice lo stesso Bin Laden, è la I guerra mondiale. Ma cosa
era successo alla fine della I guerra mondiale? Il grande malato della
politica europea dell'800, l'impero ottomano, l'ultimo grande impero
musulmano sopravvissuto all'età moderna, si era disfatto. Era il segnale
per il mondo islamico che quel modello di visione religiosa e
organizzazione sociopolitica dell'Islam era fallito.
Davanti a questo fallimento le reazioni
furono due:
La prima ha come modello la “linea” dei
giovani turchi, il partito riformatore delle terre al centro dell'ex
impero ottomano, che decise sotto la guida del loro unico brillante
generale, Mustafà Kemal, detto Ataturk, il "padre dei turchi", che l'unico
modo per proseguire, perché l'Islam turco potesse avere un senso nella
modernità novecentesca fosse la laicizzazione, l'occidentalizzazione, la
nazionalizzazione. Ataturk, all'inizio degli anni '20, dopo aver rifiutato
la pace di Versailles, dopo aver cacciato i greci dalla Turchia, depone
l'ultimo califfo, “privatizza” la dimensione religiosa, la riduce a
ispirazione sociale, ma senza una vera influenza politica, , adotta
l'alfabeto latino, laicizza i costumi, (fa tagliare le barbe, toglie lo
chador alle donne, ecc): introduce una serie di innovazioni sociali e
politiche che hanno teso a fare della Turchia l'antesignano di una visione
islamica modernizzatrice. Ancora oggi la Turchia è l'unico stato di
religione musulmana che fa parte della NATO e condivide la prospettiva di
organizzazione sociopolitica della vita secondo il modello occidentale,
almeno in linea teorica (anche se mi dicono che la vita nei villaggi è
molto diversa da quella che appare a livello pubblico e ufficiale).
Questa è stata una delle grandi linee di
sviluppo dell’Islam novecentesco: l'Islam in qualche modo -esattamente
come la religione cristiana nella modernità- deve ritirarsi sul piano
dell'ispirazione personale e lasciare spazio a altri aspetti sul piano
politico, al valore ad esempio delle nazionalità, da qui l’enfasi sulla
nazione turca…
Gli Stati islamici che si sono messi in
questa via non ambiscono ad essere rappresentativi di tutto il mondo
islamico ed avanzano rivendicazioni politiche laiche.
C'è stata però anche un'altra linea ed è
quella a cui si riferiva Osama in quel discorso: quella dello sharif de La
Mecca, il custode dei luoghi santi musulmani, che all'epoca della I guerra
mondiale si chiamava Hussein, il quale aveva concordato con gli
inglesi (e si capisce perché gli inglesi avevano fatto un accordo con lui,
perché nel momento in cui si fa la guerra contro l'impero ottomano
chiunque può essere contro gli ottomani è un amico; è una regola delle
scienze politiche: il nemico del mio nemico è mio amico). E allora ecco
che gli inglesi già nel '15 fanno un accordo con gli arabi di Hussein e
dicono di essere disposti a sostenere la causa dell'indipendenza del mondo
arabo, indipendenza che lo sceicco intendeva come una rivitalizzazione
dell'Islam e una unificazione di tutte le popolazioni di origine araba del
Medio Oriente: Arabia, Palestina, Siria, Libano, fino alla Mesopotamia,
l’attuale Iraq,.
Da bravo despota Hussein aveva già pensato
come suddividerla: l’Arabia a sé, il resto ai suoi due figli. Alcuni
inglesi erano d'accordo con lui, anche idealmente, l'esempio classico è il
famosissimo Lawrence d'Arabia, che credeva veramente alla causa degli
Arabi. Ma chi non ci credeva erano i governi inglesi e francesi che hanno
usato solo strumentalmente questo fatto, tanto è vero che nel '16 fecero
un patto (accordi Sykes-Picot) per spartirsi i territori del Medio
Oriente, una volta che questi fossero stati liberati dal giogo ottomano.
Se a questo fatto si aggiunge che nel '17 il ministro inglese Balfour fece
una dichiarazione in cui prometteva agli Ebrei un national home per
loro in Palestina, in modo di favorire il loro ritorno in Palestina, così
come voleva il movimento sionista (naturalmente la dichiarazione era
funzionale ad ottenere l’appoggio finanziario del mondo ebraico alla causa
dell’Intesa), si capisce che la situazione che si presenta alla fine della
guerra è intricatissima. Aggiungo un riferimento all’economia perché la
questione non è solo istituzionale e culturale.
Inghilterra e Francia volevano spartirsi
il Medio Oriente per suddividersi le aree dove erano stati scoperti i più
ricchi giacimenti petroliferi del mondo di allora. E’ da tener presenta
che a tema era il Medio Oriente, non tanto l'Arabia perché lì il petrolio
verrà scoperto agli inizi degli anni '30. Erano sinceri allora inglesi e
francesi a dire che erano disposti a lasciare indipendente l'Arabia con i
suoi luoghi santi, ma il loro vero interesse era spartirsi il Medio
Oriente. E infatti per molto tempo, tra la I e la II guerra mondiale, il
mondo arabo - pur rendendosi conto che erano state tradite le promesse -
non decise fino in fondo di attaccare il mondo anglo-francese.
Significativo in questo senso è il fatto
che, nonostante la frizione continua tra mondo arabo ed ebrei per la
questione della Palestina - per la crescente immigrazione degli Ebrei di
ispirazione sionista in quei territori - portasse a una serie di “scontri”
tra Arabi e Ebrei nei territori palestinesi tra la I e la II guerra
mondiale – la gran parte del mondo islamico non ha aderito all'appello che
fece il leader religioso più prestigioso del mondo islamico negli anni
'40, il gran Muftì di Gerusalemme, di fare la guerra santa contro gli
inglesi, -che poi, a differenza dei francesi, erano i veri padroni del
Medio Oriente - in alleanza con i nazisti.
Anzi, vi riferisco questo episodio, che
sembra un aneddoto ma che poi ci fa capire alcune cose sul senso dello
svolgimento delle guerre: il gran Muftì di Gerusalemme - un grande dotto,
non immaginatevi un esaltato con il pugnale tra i denti, un grande
studioso del Corano - fuggito a Berlino durante la guerra, sapete cosa
consigliò a Hitler? Per convincere il mondo arabo a ribellarsi
definitivamente contro gli inglesi invitò Hitler a fare un "bel"
bombardamento “dimostrativo” sulla zona più abitata dagli Ebrei in
Palestina, Tel Aviv. Questo nel '41. Tenete a mente, tecnicamente i
nazisti potevano farlo in quel momento, anche se non avrebbe cambiato la
situazione del fronte; ebbene, Hitler non gli diede retta e il motivo è
semplice: in guerra si fanno azioni solo funzionali al contesto militare,
non si fa quello che ideologicamente qualche fedele o qualche
simpatizzante vuole.
Sul piano storico l’elemento interessante
è che finita la II guerra mondiale, il mondo arabo si rese conto
definitivamente che la via della fiducia agli occidentali per la creazione
di un movimento panarabo con il loro appoggio era impossibile perché gli
occidentali furono i primi a riconoscere lo stato di Israele. E da qui
tutte le guerre tra Israeliani e Arabi.
Ma la cosa più interessante che cos'è? Ed
è l'ultimo punto prima di arrivare a parlare di Osama Bin Laden. E' che ci
fu un altro tentativo prima di lui di dichiarare gli occidentali colpevoli
del mancato risveglio dell'Islam dopo la caduta dell'impero ottomano. Fu
il tentativo di Nasser nell’Egitto degli anni '50: con un colpo di stato
prende il potere in Egitto e mostra che si può fare un panarabismo senza
l'appoggio occidentale, ma senza neanche deliberatamente essere contro.
D’altra parte Nasser vuole mostrare agli occidentali che devono smettere
di sfruttare il mondo islamico.
Così nel '56 decise la nazionalizzazione
del Canale di Suez e, nonostante l’opposizione armata di inglesi e
francesi – e la guerra con Israele – riuscì nel suo intento.
Naturalmente per continuare su questa
strada Nasser, che si era messo in una posizione per certi aspetti
equidistante tra Occidente e mondo comunista, dovette appoggiarsi anche
sull’URSS e questo spiega perché da Nasser in poi si sono tentate in vari
paesi islamici forme anche di "socialismo arabo", forme di socialismo
all'interno di una visione sempre islamica.
Questa linea però fallisce nel '67, con
l’esito disastroso della guerra dei sei giorni.
E allora nasce una nuova linea. Quella che
dall'inizio degli anni '70 vuole usare per il risveglio del mondo islamico
l'arma del petrolio. La crisi petrolifera del '73 vide in un colpo solo il
prezzo del petrolio passare da tre dollari al barile ad almeno trenta
dollari al barile. Sono stati gli anni in cui i governi occidentali un po'
sportivamente ci avevano invitato a fare le domeniche in bicicletta per
risparmiare benzina…E' il momento del decollo del cartello del petrolio
dei paesi dell'OPEC ma, e qui il discorso si intreccia con la storia di
Osama, questo discorso a cosa serve? Da parte dei sauditi, la dinastia che
segue una versione rigorista ed intransigente dell’Islam e che da decenni
ha preso il controllo dell’Arabia - tanto è vero che in Arabia Saudita
viene applicata rigidamente la legge islamica (le donne non possono
guidare l'automobile, nessun segno esteriore cristiano è permesso, nessuna
libertà di culto è concessa perché l’Arabia intera è terra sacra…) - serve
certamente per rivendicare una crescente importanza dell'Islam come
sistema religioso-politico, come religione che incide direttamente sul
sociale,
Il regime saudita però, per quanto rigido
sul piano dei principi, dei costumi, sul piano della politica
internazionale sceglie, per sfruttare e commercializzare al meglio il
petrolio, la via del compromesso e dell’accordo con l'Occidente.
Per uno come Osama non può essere questa
la strada più adeguata per il risveglio dell’Islam; d'altra parte la
strada non può essere neppure quella di Arafat, che è una visione laica
della causa nazionale palestinese che in nome di una visione politica
laica, consapevole della necessità dei compromessi progressivamente giunge
all’accordo con Israele, ovviamente con la fazione più laica e più
disponibile agli accordi del mondo israeliano.
La visione di Osama nasce da questo
giudizio, chi vuole l’autentico risveglio dell'Islam non può continuare ad
appoggiare un governo come quello saudita che fa sempre compromessi con
l'Occidente, e dall'altra non può essere nemmeno mettersi al servizio
della causa dei soli palestinesi.
Con ciò sfatiamo un altro mito: quello che
sta accadendo non è per permettere ai palestinesi di realizzare la pace
con gli israeliani perché mai come negli anni scorsi israeliani e
palestinesi sono andati vicino alla pace, senza bisogno di terrorismo – e
non dimentichiamolo, con il decisivo supporto degli americani -.
La drammatica situazione palestinese è
condizionata invece proprio dal fatto che i politici laici, disposti al
compromesso all'interno del mondo palestinese e israeliano, sono
contestati dall’interno dei rispettivi mondi. Chi è che ha ammazzato Rabin
che aveva fatto gli accordi con Arafat? Un estremista ebreo. Chi è che
contesta Arafat? Gli estremisti di Hamas.
Veniamo adesso a riflettere sul ruolo di
Osama.
Osama è un giovane, nasce nel '57, viene
educato alla necessità del risveglio dell'Islam. Che tipo di risveglio?
Non nella forma tradizionalista, ma in quella fondamentalista o "jiahadista"
(da Jihad, guerra santa), come dicono gli islamologi (vedi il bel testo di
G.Kepel, Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico,
Carocci, 2001 )
L'idea di Osama, maturata negli studi
universitari ascoltando una serie di ideologi legati alla setta
fondamentalista dei “Fratelli musulmani", uno dei più potenti gruppi
integralisti dell'Egitto, è questa, che non solo l'Islam deve abbracciare
tutti gli ambiti di vita ma che per fare questo l'Islam non deve fondarsi
solo sull'esempio, l'incitamento morale e spirituale, ma su un uso
deliberato, intelligente di tutte le istituzioni sociali e politiche
perché tutta la società diventi sempre più musulmana. Usiamo un'immagine :
il modello dell'islamismo fondamentalista di Osama è lo stesso che avevano
in testa il fascismo, il nazismo, il comunismo. Cioè il desiderio non
semplicemente di enunciare un valore ideologico -che in un caso poteva
essere una certa immagine di Italia, in un altro la razza eletta, in un
altro il Paradiso delle classi oppresse - ma di operare perché tutta la
gente diventi attivamente partecipe di quel valore, magari facendola anche
scendere in piazza, e comunque arrivando ad utilizzare tutti gli strumenti
della vita sociale e politica e le istituzioni dello stato, della perché
tutta la società divenga convinta della sua ideologia.
Quindi il progetto di Osama non è una
semplice predicazione religiosa o un semplice regime religioso-politico
tradizionalista, ma è un progetto politico-religioso integralista
attraverso un utilizzo deliberato ed abile di tutti gli strumenti tipici
delle lotte politiche moderne perché tutti acquistino la convinzione che
L'Islam è forte, è vero, è vincitore.
Se comprendiamo che questa è la logica di
Osama, le sue azioni evidenziano una profonda coerenza.
Osama comincia a farsi notare in
Afghanistan perché l' Afghanistan è il luogo giusto in cui un musulmano
sunnita può mostrare la potenza dell’autentico Islam, quello
fondamentalista (la rivoluzione islamica di Khomeini in Iran non poteva
essere presa ad esempio perché gli iraniani sono sciiti).
L' Afghanistan era il luogo di verifica
adeguato perché dal 1979 il regime filocomunista al potere era appoggiato
dai consiglieri sovietici, quindi impedire che il comunismo sovietico, una
delle culture antislamiche di derivazione occidentale, sradichi il modello
di vita islamico è una forma di Jihad.
. Fino a quel momento Osama è d'accordo
con gli americani, secondo il classico principio che quando l'Islam trova
appoggi anche presso gli infedeli per combattere altri infedeli lo si può
fare tranquillamente. In quegli anni non ha mai rifiutato una lira dagli
americani.
Finita vittoriosamente la guerra dei
mujaheddin islamici contro il regime comunista di Kabul Osama vede
confermata dal successo sul campo la validità della sua visione di
rinascita fondamentalista dell’Islam.
Ma quando avviene la svolta? Quando questo
giovane - che si è fra l'altro distinto anche come capace organizzatore e
combattente (sicuramente Osama ha partecipato personalmente a molti
combattimenti, è una persona coraggiosa, oltre che con notevoli doti
organizzative e intellettuali) –nel '90 è in Arabia Saudita, sua patria
d'origine, proprio quando Saddam Hussein invade il Kuwait.
In quella circostanza Osama, da bravo
musulmano, è profondamente avverso a Saddam Hussein, creatore di uno dei
regimi più laici del Medio Oriente e di una politica laicamente
spregiudicata; offre quindi le truppe dei suoi mujaheddin al re saudita
per combattere contro l'invasore del Kuwait, per evitare che gli americani
si stabiliscano sul sacro suolo dell’Arabia e che la vittoria su Saddam
dipenda dalla forza degli infedeli. Il sovrano saudita però sappiamo che
ha preferito l’alleanza con gli americani che ha portato all’operazione "Desert
storm". ….
Tutto questo segna la crisi e la svolta
definitiva di Osama, che non accetta nella sua visione fondamentalista che
i luoghi santi dell'Islam, La Mecca, Medina, e tutta l’Arabia, siano
occupati stabilmente dagli infedeli.
Gli americani infatti, per quanto se ne
stiano nelle basi militari nel deserto, comunque occupano il suolo sacro e
rivelano la debolezza dell'Islam. E’ da allora che Osama diventa un
fanatico nemico della dinastia saudita e degli americani e sviluppa
progressivamente una serie di azioni sempre più mirate e
programmaticamente distruttive verso i suoi avversari, al fine di
costringerli a “sottomettersi” e per mostrare alle masse islamiche la
potenza dell’autentico Islam.
Mi fermo qui evidenziando come tutta la
visione politico-religiosa di Osama sia esmplificata nel suo primo video,
che tutti voi avrete sicuramente visto.
Osama appare in una grotta, come nel 610
la rivelazione dell'arcangelo Gabriele a Maometto fu fatta in una grotta
sul monte vicino a La Mecca: quindi Osama è figura del profeta.
Osama indossa una giacca che sembra
americana e accanto ha il kalashnikov che è russo; Maometto si è
presentato come profeta armato: allo stesso modo Osama indossa i trofei
strappati al nemico. Oltre a lui hanno parlato anche gli altri capi di Al
Quaeda; anche Maometto fin dall'inizio ha avuto come conferma della verità
della sua rivelazione i primi seguaci.
E poi il punto decisivo della sua visione:
si è appellato a tutti i musulmani e li ha invitati alla guerra santa
dicendo di essere stato chiamato a fare la loro avanguardia, questo è il
modello del fondamentalismo islamico attuale.
Adesso infatti che non c'è più un califfo,
quindi un’autorità ufficiale riconosciuta come autorità dell'Islam, come
si farà a stabilire chi è il vero capo dell'Islam? Deve essere in qualche
modo uno che ha l'investitura divina e lui pretende di averla -è
l'avanguardia- ma deve essere riconosciuto come tale dalla “umma”,
dalla comunità dei fedeli. Ecco perché invita alla sollevazione le masse,
le masse povere del mondo islamico. E naturalmente per ottenere consenso è
necessario che la sua sia una guerra santa contro gli infedeli e anche
contro i musulmani traditori. Infatti il motivo concreto della sua attuale
battaglia è togliere i luoghi santi dal controllo della dinastia saudita e
liberarli dalla presenza degli infedeli. E così tutto tiene. E' una
coerenza estrema.
Rodolfo Casadei
Ringrazio il prof. Caspani perché mi
permetterà di risparmiare di dire molte cose avendole già dette lui.
Ringrazio lo studente che all'inizio ha
parlato francamente, ha detto: “Cari amici vi abbiamo invitato perché ci
interessano molto le vostre informazioni, le vostre competenze, molto meno
le vostre opinioni, siamo in grado di farcele da soli.”
Lo ringrazio di questa franchezza. Il
compito dei giornalisti come sapete è dare informazioni, ma che uno sia
giornalista o che non lo sia si ha sempre il diritto-dovere di esprimere
opinioni, purché, questo è importante sottolinearlo, siano collegate alla
conoscenza dei fatti. Sempre ci è chiesto di informarci, di gettare lo
sguardo sulla realtà e di raccogliere quanti più fattori possibili,
cercando di guardare la realtà nella totalità dei suoi fattori. Alla luce
di questo si ha il diritto, ma anche il dovere, di esprimere un commento
perché non è umana una posizione che guarda la realtà ma non la giudica;
se non la giudica non può impegnarsi con la realtà.
In realtà noi siamo esseri umani proprio
perché ci impegniamo con la realtà.
Io cercherò di aggiungere notizie a quelle
che sono state date nella prima relazione e quindi se mai il commento, il
giudizio, lo do all'inizio e quindi lo giustifico nell'esposizione
sintetica che voglio fare.
Cosa è successo con gli attentati
terroristici contro gli Stati Uniti? Sì, c'è stata una dichiarazione di
guerra, un nuovo tipo di guerra che è stato dichiarato dall'estremismo
islamico agli Stati Uniti, ma anche ai governi di quasi tutti i paesi
arabi. L'obiettivo a medio termine è stato quello di provocare rivoluzioni
nei paesi islamici contro i governi al potere e di mettere in ginocchio
gli Stati Uniti, identificati come la massima potenza mondiale.
L’obiettivo finale è quello di creare una superpotenza musulmana , un
grande stato che riunisca tutti gli stati musulmani del mondo e che sia
quindi una grande potenza mondiale in grado di rivaleggiare con le altre.
Anzi, nel momento in cui questo stato nascesse da una sconfitta degli Usa,
sarebbe evidentemente la superpotenza numero uno del mondo.
Tutto questo pare un progetto visionario,
in realtà si tratta di una sfida decisiva e non solo del sogno di alcuni
esaltati. Vediamo perché. Un procedimento giornalistico per spiegare la
complessità dei fatti spesso è seguire la biografia di un personaggio. Qui
il personaggio c'è, è questo Osama Bin Laden identificato come il cattivo,
lo spirito del male, un personaggio da film…
A quest’immagine Osama risponde bene. Cosa
è importante dire di lui che ci aiuti a capire il contesto in cui oggi
avviene la sfida dell'estremismo islamico all' Occidente e in realtà a
tutto il mondo? Che Bin Laden cresce in Arabia Saudita che, come si sa, è
importante per due ragioni:
1)
è il luogo dove è nata la religione islamica, fra La Mecca e
Medina: Maometto è cresciuto in Arabia e l'Islam si è irradiato
dall'Arabia: oggi gli Arabi sono il 20% di tutti i musulmani che sono in
tutto un miliardo e duecento milioni.
2)
è una superpotenza
petrolifera: chi controlla il petrolio dell'Arabia Saudita e riuscisse a
controllare il petrolio di tutto il Golfo Arabico su questa sponda e
Persico sull'altra, chiaramente controllerebbe il destino dell'economia
mondiale. L'Arabia Saudita è quindi un paese chiave, anche se è un
deserto.
Bin Laden è
un miliardario, ma non è nato miliardario. Lo è diventato grazie
all'arricchimento della sua famiglia, una famiglia di costruttori che si è
arricchita negli anni '60-'70 grazie alle commesse di stato che venivano
pagate con i soldi dell'esportazione del petrolio. Poteva diventare uno
sceicco da rotocalco che si godeva la vita su un panfilo, spendendo soldi
in modo disinvolto, circondandosi di belle fanciulle e invece fa una
scelta di tutt'altro tipo. Parte volontario per l'Afghanistan invaso dai
sovietici. Non era ovvio che un giovane musulmano anche volenteroso
partisse volontario per stare con i mujaheddin afghani contro i sovietici.
Tutto il mondo musulmano si scandalizza per l'invasione sovietica
dell'Afghanistan, ma in realtà per molti anni il problema del mondo arabo
è stato soprattutto il problema dell'unità fra gli arabi, e gli afghani
non sono arabi, sono musulmani, ma non arabi.
Le modalità
con cui gli arabi nel Novecento avevano cercato fino ad allora di
unificarsi, di creare uno stato potente, di risolvere i loro problemi
storici erano state legate ai vari tentativi di unificazione tra gli stati
condotti da Nasser, da altri leader di quegli anni, ma tutti improntati a
un nazionalismo arabo, vicino al socialismo ma non identificato con esso,
ad una via terzomondista, più vicina all'URSS che agli USA, comunque a un
tentativo di terza via sostanzialmente laica, senza sottolineare la
componente religiosa. Questi tentativi di modernizzazione sono falliti
perché gli Arabi hanno perso le loro guerre contro Israele, si sono
combattuti tra loro anziché unirsi e a un certo punto i due più grandi
tentativi di modernizzazione del mondo musulmano (dopo la modernizzazione
della Turchia), uno sul versante socialista, uno sul versante capitalista
falliscono.
Fallisce
l'Algeria, che aveva fatto la scelta socialista, il paese arabo (insieme
all'Iraq) più simile all'URSS, fallisce la sua modernizzazione e nasce in
Algeria una guerriglia islamica che negli ultimi dieci anni ha causato
120.000 morti. Musulmani che uccidono altri musulmani, una tragedia che
come perdite umane rivaleggia con molte altre crisi di cui si parla di
più.
D'altra
parte sta il fallimento dell'Iran, che prima di essere l'Iran di Khomeini
e della Repubblica islamica attuale, è stato l'Iran dello scià di Persia,
che era un fedele alleato dell'Occidente. Si è tentato allora di
realizzare in Iran l'occidentalizzazione, ma questa è fallita nel sangue
della dittatura dello scià e nel sangue della rivoluzione dell'Islam
guidato da Khomeini che abbatte il regime. Per la prima volta nasce una
repubblica islamica.
Le
repubbliche islamiche non esistevano più da secoli e sempre nel mondo
arabo musulmano e anche in quello persiano avevano prevalso élites
militari che usavano la religione per sostenere il proprio potere, ma i
religiosi erano in secondo piano. Con Khomeini si ribalta la situazione
storica: per la prima volta sono i religiosi che decidono della politica
e non più i militari. La repubblica persiana-iraniana però è una
repubblica di persiani e di sciiti, cioè non è l'etnia araba e non è
neanche la corrente principale dell'Islam, quella sannita, ma quella di
minoranza, quindi non fa abbastanza scuola nel mondo arabo.
Nel mondo
arabo nascono allora questi molteplici gruppi che non riescono a creare
uno stato islamico, ma lo stato islamico resta il loro obiettivo, questo è
l'obiettivo di al-Qaeda, il gruppo di Bin Laden, in versione
universalistica.
Mentre gli
iraniani, essendo sciiti-persiani, non possono pensare alla repubblica
islamica se non in termini nazionali - con qualche esportazione in
Libano, in Iraq, in quei paesi dove ci sono gli sciiti - per gli
estremisti arabi, la cui nascita data negli anni '30 in Egitto, c'è questo
grande ideale di uno stato universale di tutti i musulmani.
E’ in
questo contesto che al-Qaeda cambia pelle in questi venti anni in cui è
cresciuta. All'inizio recluta soldati arabi per l'Afghanistan e in questa
fase è anche finanziata dall'Occidente, cioè denaro occidentale, degli
Stati Uniti, oltre che del Pakistan e dell'Arabia Saudita è transitato in
al-Qaida quando questa reclutava combattenti arabi per combattere i
sovietici in Afghanistan. In una fase successiva però al-Qaeda si
trasferisce in Sudan agli inizi degli anni ‘90, quando il regime del Sudan
fa la scelta a favore dell’integralismo islamico, senza però essere capace
di realizzarlo per i gravi problemi che attanagliano tutti questi paesi
arabo-africani.
Bin Laden,
che in Arabia Saudita sarebbe stato messo in prigione per la sua
opposizione alla monarchia saudita, trasforma in quegli anni al-Qaeda in
un vero e proprio gruppo terroristico, cioè addestra suoi commandos per
attentati contro gli americani in Arabia Saudita e in Africa; addestra
guerriglieri islamici di tutto il mondo per provocare rivoluzioni
islamiche nei paesi dove i governi musulmani sono considerati governi
traditori, corrotti, atei e ipocriti e già allora cominciano i tentativi
di Bin Laden di acquisire armi di distruzione di massa.
Nel 1993
per la prima volta al-Qaeda tenta di acquistare uranio arricchito per
costruire una bomba atomica. E' dal '93 fino ad oggi che al-Qaeda tenta di
procurarsi armi nucleari, l'ultimo contatto di cui abbiamo notizia è
dell'estate scorsa, quando emissari di al-Qaeda hanno incontrato fisici e
ingegneri nucleari bulgari, ma ci sono state decine di tentativi in questi
anni, vuoi di acquisizioni di armi atomiche dalle repubbliche dell'ex
URSS, vuoi di procurarsi uranio arricchito per produrre in proprio un'arma
atomica. E' molto sinistro il riferimento che Bin Laden nel suo video fa
della bomba atomica sul Giappone. Cosa interessa a Bin Laden dei
giapponesi? Sono infedeli, anzi avevano occupato anche paesi musulmani
come l'Indonesia…Gli interessa per giustificare l'eventuale uso da parte
dell'estremismo islamico delle armi nucleari. Quasi a dire: "Voi l'avete
fatto, adesso anche noi vogliamo farlo".
Interessante è anche la storia dei tentativi di acquisizione delle armi
batteriologiche e chimiche: ci sono stati molti contatti tra emissari dei
servizi segreti dell'Iraq e al-Qaeda dal '95 ad oggi. Nonostante
ideologicamente l'Iraq di Saddam e al-Qaeda di Bin Laden siano su fronti
opposti (uno è una specie di nazismo arabo, questo altro invece è un
estremismo islamico), tuttavia ci sono stati contatti, è possibile che
parte delle armi chimiche e batteriologiche prodotte dall'Iraq siano
passate nelle mani di al-Qaeda. Anche se non è dimostrabile un legame
dell'Iraq con gli attentati di New York, sicuramente uomini di al-Qaeda
sono stati addestrati in Iraq e c'è la possibilità che una parte dei
170.000 litri di antrace prodotti dall'Iraq possano essere in Afghanistan
nei depositi di al-Qaeda. Per concludere: perché Bin Laden e al-Qaeda
scelgono il terrorismo come arma che potrebbe mettere in ginocchio
l'Occidente? Per una lettura ideologica e psicologica del mondo
occidentale. Al-Qaeda (e gli altri terroristi arabi) è convinta che
l'Occidente sia un mondo corrotto, di persone immorali, prive di principi
e valori forti, vigliacche, di persone non coraggiose, e immaginano che
seminando terrore, causando molte perdite umane indiscriminate - quindi
non solo sul fronte militare ma anche su quello civile- gli occidentali,
essendo vigliacchi, accetteranno di sottomettersi al disegno politico di
al-Qaeda.
C'è un
episodio storico da cui nasce questa convinzione di Bin Laden e al-Qaeda.
Ripensiamo
al momento in cui gli Stati Uniti nel '93 lasciano la Somalia.
Negli anni
'90 gli occidentali avevano tentato di riorganizzare lo stato somalo. Bin
Laden già allora finanzia alcuni gruppi somali che attaccano i marines
americani. In un attacco muoiono 19 marines americani (battaglia in cui
morirono anche alcune centinaia di somali). All'indomani della morte dei
19 marines il presidente Clinton ordinò il ritiro degli USA dalla Somalia:
"la Somalia non ci interessa, non vogliamo avere altre perdite". Quel
giorno lì Bin Laden disse: "Noi possiamo sconfiggere l'Occidente. Se
l'Occidente abbandona un teatro militare per 19 soldati perduti, questo
significa che l'Occidente ormai non è in grado di difendersi. Se noi
terrorizziamo l'Occidente, pur di salvare la loro miserabile vita gli
infedeli si sottometteranno." Questo è uno degli elementi su cui fa leva
l'estremismo di al-Qaeda
L'altro è
il sentimento antioccidentale, antiamericano, antieuropeo, anticristiano
che c'è nel mondo musulmano, non solo arabo. Questo è un sentimento di
diffidenza a livello popolare, non politicizzato, anche se si nutre di
affermazioni politiche; è una diffidenza che nasce da motivi di cultura,
di tradizione, di diversità di valori: diversità religiosa, culturale, non
è l’espressione di una volontà terroristica.
Il
tentativo dell'estremismo islamico è quello di politicizzare questo
sentimento antioccidentale per fare la "guerra di civiltà", per andare
allo scontro con l'Occidente. Come Hitler negli anni '30 politicizzò il
sentimento popolare antisemita dei tedeschi, che era diffuso a livello
popolare ma non a livello di organizzazione politica; e poi sapete come è
andata a finire…
Al-Qaeda
segue lo stesso procedimento: trova nella base sociale un sentimento di
ostilità e lo valorizza, anche perché le rivoluzioni si fanno solo se si
identifica un nemico preciso e quindi si chiama ad adunata contro un
nemico preciso. Di tutti i nemici occidentali in realtà gli Stati Uniti
sono quelli che hanno meno responsabilità perché piuttosto, se c'è
qualcuno che ha delle responsabilità storica, è la Gran Bretagna e la
Francia.
Dato però
che gli Usa sono la superpotenza mondiale sono loro il nemico ideale per
la rivoluzione islamica. Grazie.
Risposte alle domande
NDR Le domande, per i problemi tecnici
della registrazione, sono andate perse.
Casadei
-
Con nessun fanatico è possibile il dialogo, che sia islamico, ateo,
cristiano, di qualunque origine: con i fanatici non si riesce a
discutere.
-
La questione dei "paesi poveri" merita una puntualizzazione.
Proprio per come si stanno svolgendo i
fatti e i personaggi della vicenda dovrebbe esserci chiaro che il
terrorismo non nasce da una sete di giustizia, ma da un progetto di
potenza. Noi faremmo un grande regalo ai terroristi se accettassimo di
pensare che loro sono i portavoce di istanze di giustizia. Non è così. E
questo è talmente plateale che è difficile non accorgersene. Qui abbiamo
un gruppo terroristico il cui capo è un miliardario arabo, nato in Arabia
Saudita, che è uno dei paesi più ricchi del mondo. I sauditi non hanno
altro da fare che da scavare nella sabbia per vedere uscire il petrolio,
venderlo e incassare miliardi di dollari. E' un paese dove potrebbero fare
le strade d'oro. Eppure è un paese dove il reddito pro capite è di
8000-9000 dollari, che è già molto di più di altri paesi, ma potrebbe
essere molto diverso se la politica, la società e la cultura fossero
modernizzate come invece non sono.
Bin Laden con i suoi miliardi non ha mai
costruito un ospedale, una scuola, cosa che un miliardario interessato
alle sofferenze dei poveri e degli ultimi invece forse dovrebbe sentirsi
motivato a fare. Invece ha costruito bunker, strade militari, ha
organizzato una rete terroristica e l'addestramento alla guerra.
Il regime nelle cui basi è ospitato, il
regime talebano, che governa l'Afghanistan, è uno dei regimi più
oscurantisti e reazionari del mondo. I talebani non sono un governo
progressista che sfida la povertà e l'imperialismo, sono un governo che ad
esempio proibisce alle donne di uscire di casa per lavorare, e se escono
devono essere accompagnate da un uomo, coperte dalla testa ai piedi dalla
burqa, e non possono andare a scuola e all'ospedale o all'ambulatorio a
meno che non siano scuole o ospedali riservati al loro sesso.
Prendiamo ad esempio il caso dell'ospedale
di Gino Strada, un chirurgo italiano che ha creato due ospedali in
Afghanistan,di cui uno a Kabul, ed era il migliore ospedale di Kabul;
ebbene, è stato chiuso d'autorità dai talebani perché avevano notato che
c'erano contatti tra uomini e donne.
Naturalmente ce n'è anche per i ragazzi,
non solo per le donne: è vietato radersi la barba, per esempio, si finisce
in prigione perché la barba è segno di devozione religiosa e quindi
radersela è un crimine contro la religione, e si sta in carcere finché la
barba è ricresciuta. Sembra una comica, ma è la realtà.
In Afghanistan è vietato fotografare,
disegnare, scolpire, ascoltare musica, la televisione, usare internet:
cioè tutto ciò che ha a che fare con l'espressione umana e le arti visive,
la comunicazione, è proibito.
Occorre rendersi conto che gli attentati
suicidi di New York non sono opera di poveri ragazzi palestinesi,
cresciuti in un territorio occupato, che non hanno speranza e che quindi
compiono un attentato suicida come gesto di disperazione, ma anche per
mettersi alla pari, in qualche modo, con il loro avversario che li ha
sempre umiliati.
Gli attentatori sono tutti sauditi e
egiziani che hanno studiato nelle università del mondo arabo e europeo,
che conoscono le lingue, parlano inglese, hanno vissuto per anni nei
nostri paesi, dunque persone che non hanno problemi economici ; perché
hanno fatto questa scelta di uccidere se stessi e migliaia di persone?
Per comprenderlo dobbiamo riflettere sul
piano della diversità dell'idea di realtà che hanno gli esseri umani.
Se l'idea della realtà che ho io è appunto
quella di un Islam immobile dove le donne stanno al loro posto, i giovani
stanno al loro posto, tutti vanno alla moschea, si parla arabo e questo
mondo islamico deve espandersi e occupare tutto il mondo - e questa è
l'immagine che hanno dell'Islam gli uomini di al-Qaeda- allora non solo
l'Occidente, ma la realtà stessa è un nemico da combattere perché la
realtà mi manda un altro messaggio.
La realtà manifesta un altro mondo, ben
diverso da questo Islam, piuttosto un mondo con tratti occidentali. E non
solo: quello che succede in Occidente, un po' alla volta, arriva nel mondo
islamico e quindi le donne non vogliono più uscire con il velo, i giovani
vogliono guardare la Tv e tagliarsi i capelli alla Di Caprio, ecc…
Allora io mi rendo conto che questo mondo
che mi è ostile sta divorando l'idea di realtà che ho io. Non potendo
sopportare che l'idea, che l'immagine di mondo che ho io, venga distrutta,
allora io distruggo il mondo.
Questo è il meccanismo che fa decidere
l'attentatore suicida di al-Qaeda.
Distrugge la realtà perché la odia in
quanto è diversa dal suo progetto. Se volesse fare qualcosa di positivo
potrebbe farlo con l'azione politica o con il volontariato.
Le possibilità di costruzione umana sono
infinite.
Sceglie invece la via della distruzione
perché sceglie un progetto di potenza.
Suicidandomi io annullo la superiorità del
mondo occidentale, lo riduco in cenere, certo riduco anche me in cenere,
ma finalmente siamo pari. Ed è questo che gli interessa, non
l'affermazione della giustizia.
-
Occidente e Stati Uniti non sono la stessa cosa.
Gli Usa sono nati negli ultimi 200 anni.
Prima ci sono stati 1700 anni di Occidente, se ci mettiamo anche la
filosofia greca più di 2000 anni. Stati Uniti e resto dell'Occidente hanno
molte cose in comune, ma anche alcune che non sono in comune. Fra l'altro
gli Usa sono un paese più religioso dell'Europa. Tutte le indagini
sociologiche affermano che c'è più pratica, più credenza, più preghiera
negli Usa. Quindi se i terroristi volevano colpire uno stato ateo hanno
sbagliato bersaglio: sono più atei gli europei che gli americani.
Ciò che in definitiva sancisce la
differenza dell'Occidente rispetto alle altre civiltà è l'affermazione
storica della libertà. Non da subito, ma nell'evoluzione della sua storia
l'Occidente è venuto infatti affermando il valore supremo della libertà
della persona. Per questo ha dovuto innanzitutto affermare l'unicità della
persona, affermare il valore della ragione, affermare il valore della
storia; e tutto questo non è ovvio, perché nella cultura tradizionale la
storia è ciclica, mentre nella cultura occidentale la storia è progresso.
Questa affermazione della persona, della ragione, della storia, nascono
dall'eredità giudaico-cristiana dell'Occidente, eredità che poi si
secolarizza, ma è pur sempre quel seme gettato nella storia
dell'Occidente che porta all'affermazione della libertà.
La libertà è importante perché è significa
personale determinazione di sé e questo per esempio non è ancora oggi
recepito dalla quasi totalità del mondo musulmano. Sicuramente non nel
mondo arabo, dove l'idea di libertà di coscienza non esiste. Esiste solo
il conformismo politico e religioso. Non è importante quello che tu credi,
la tua idea politica. L'importante è che tu ti sottometta al potere
politico, e alle norme religiose. Sei un buon cittadino e un buon
musulmano se ti sottometti alle norme politiche e religiose.
Caspani
Per definire sinteticamente la differenza
antropologica tra il cristianesimo e l’Islam mi rifaccio alla
categorizzazione di padre Samir, un noto islamologo.
Il cristianesimo si può definire una
“religione incarnata”, il che significa che Dio si è reso avvenimento, un
Fatto incontrabile, con il quale si può sviluppare un rapporto, questo
vuol dire che Dio già agli ebrei si rivela in un rapporto personale.
Chiama Abramo, chiama Mosè, si incarna in una persona: Gesù Cristo. Quindi
Dio è incontrabile, incarnato. In un rapporto, gli studenti lo sanno bene,
può succedere di tutto; amarsi alla follia e anche litigare, oppure
andarsene sbattendo la porta. L'ateismo di buona parte del mondo
occidentale è questo: è più un antiteismo in termini teorici che un vero e
proprio ateismo. Però la radice è sempre un rapporto.
Invece l'Islam è una “religione
incartata”. In che senso? Perché la vera rivelazione è il Corano. Lo
stesso Maometto non è infatti Dio in terra, è un profeta, Dio è uno solo.
Il Cristianesimo che pensa che Dio si sia incarnato è per loro un
politeismo, è sbagliato. Lo stesso Maometto non ha aggiunto nulla -così
dicono i musulmani- alla rivelazione che ha ricevuto. Il Corano è parola
di Dio in quanto tale, mentre noi sappiamo per esempio che il libro sacro
per eccellenza del mondo giudaico-cristiano, la Bibbia, nel senso
dell'Antico e del Nuovo Testamento, è scritto da mani umane sotto
ispirazione dello Spirito Santo. Questo è talmente vero che non appare
blasfemo porsi il problema dell’interpretazione della Bibbia e tutti noi
sappiamo quante espressioni dei testi biblici vadano interpretate, e non
siano da prendere alla lettera.
Invece quanto è contenuto nel Corano è
assolutamente e oggettivamente parola di Dio.
Questo ci
aiuti anche a capire meglio una caratteristica costitutiva del
cristianesimo: stiamo attenti a non ritenere la Parola di Dio come l’unico
fondamento del cristianesimo perché, bisogna leggere la Parola per capire
Cristo - diceva già S. Girolamo - non bisogna leggere la Parola per
incontrare Cristo. Cristo si incontra in un Avvenimento, nei sacramenti
...in un'esperienza, ammaestrata certo dalla Parola…
Questo è il punto fondamentale: se il
Cristianesimo è una “religione incarnata”, allora sarà sempre una
questione di rapporto. Rapporto vuol dire che l'Altro tiene conto della
mia libertà. E in nome della mia libertà io posso litigare con l'Altro,
posso costruire il rapporto oppure posso chiuderlo……
Invece in una “religione incartata” qual è
il problema? O ci sto o non ci sto. Cioè aderisco, recito la mia
confessione di fede, dico cinque volte al giorno la preghiera, ecc. Se
faccio tutto questo, allora dopo, che io preghi molto personalmente o no,
che abbia o no un certo tipo di spiritualità, questo è secondario.
Non fraintendetemi, non sto dicendo che
non ci sia una spiritualità nell’Islam, anzi, nell'Islam ci sono forme
mistiche eccezionali da cui il mondo giudeo-cristiano avrebbe molto da
imparare, ma questo che stiamo facendo è un discorso sull’antropologia
implicata dalle due religioni, sul piano della storia della cultura
islamica che è ricca ed estremamente interessante si potrebbero dire altre
cose, ma ora non stiamo parlando di questo.
Il punto è che il Corano non va
interpretato, va applicato, e se trovo uno che pensa che ad esempio
un’applicazione corretta di una serie di passi sia che chiunque è contro
l'Islam va eliminato, in qualunque luogo o circostanza sia, allora il
fatto che sia un bambino invece di un adulto, il capo di un paese che mi
ha attaccato invece che un turista o un passeggero innocente di un aereo,
non conta assolutamente nulla.
La dignità della persona umana in quanto
tale non viene così presa in considerazione.
Non sto dicendo con ciò che la tradizione
giudeo-cristiana sia senza colpa sul piano della difesa della dignità
della persona umana, però sto dicendo che c'è sempre stata all'interno di
quella visione la possibilità di prendere in considerazione la necessità
di una correzione delle azioni compiute, di una reinterpretazione.
Qual è la caratteristica di una mentalità
religiosa secondo il modello giudaico-cristiano? Qual è il criterio della
verità?
Il fatto che vivere l’esperienza religiosa
dà soddisfazione a quei bisogni fondamentali di esigenza di verità, di
giustizia, di libertà che sono insiti in noi e permette di vivere in
serenità e letizia il rapporto con il prossimo intorno.
Da questo punto di vista la vittoria o la
sconfitta sociopolitica è secondaria.
E’ facile comprendere questo se pensiamo
alla storia del popolo ebraico negli ultimi duemila anni.
Se il criterio della verità della propria
religione fosse il successo terreno o l’esito sociopolitico il mondo
ebraico da tempo dovrebbe aver smesso di credere perché ha avuto la
distruzione del tempio, la diaspora, persecuzioni nei secoli, la Shoah…….
Eppure ogni generazione ha continuato a
trasmettere la fede e a trovare chi ha risposto, perché evidentemente ad
ogni generazione i giovani trovavano nella vita dell'uomo giusto, del
rabbino, del padre e della madre, quella promessa di felicità, letizia e
serenità nel rapporto con Dio, con gli uomini e con la realtà che da altre
parti non trovavano….
Qualcuno potrebbe a questo punto dire:
certo, questa è la nostra tradizione, la libertà, il valore della dignità
di ogni singola persona, la verifica dei valori umani…ma questo non
coincide con l’idea di Europa cristiana.
E’ vero, l’Occidente non coincide con
l’Europa cristiana, fa parte dell'Occidente anche tutto quel mondo laico
che ha affermato, ad esempio, valori umani come “libertà, uguaglianza,
fraternità” senza bisogno di fondarli su una visione religiosa, anche se
rimane che la radice di quei valori proviene dalla tradizione
giudaico-cristiana. Poi certamente si può discutere su come il mondo laico
occidentale li ha applicati, così come d’altra parte si può discutere come
il mondo cristiano ha vissuto e praticato la cultura generata dalla sua
fede.
Ma non si può negare che in linea di
principio in entrambi i casi ci sia una prospettiva che vuole valorizzare
l’umano.
Perché allora il mondo occidentale si
permette di fare la guerra? Questo è il grande tema. Perché semplicemente
non dice: "Basta, accettiamo quel che è successo e fermiamoci, finiamola.
Tutti abbiamo tante colpe, perché punire i terroristi ? Prima o poi si
deve morire, perché rischiare di perdere la vita a causa del fanatismo dei
terroristi, perché non accettare le loro richieste ?”
Perché invece gli americani e gli
occidentali sono andati a cercare Bin Laden?
E' molto semplice: perché hanno capito che
quella non è una prospettiva religiosa e nemmeno umana e quindi va
fermata.
Chi ha capito per primo che il terrorismo
di al-Quaeda non esprime la dimensione religiosa ?
Il Papa.
Il Papa infatti, nei giorni immediatamente
seguenti agli attentati, è andato in Kazakistan, ribadendo più volte che
non si deve fare riferimento alla religione per fare la guerra, in un
contesto di apprezzamento ecumenico delle diverse religioni, tra cui
l’Islam.
Cosa voleva dire? Che bisognava fare una
marcia pacifista?
Il Papa è un uomo pacifico, ma questo non
significa aderire all’ideologia pacifista.
In realtà l’insegnamento papale, mi pare,
vuole andare più in profondità, ci invita a non cadere nella trappola del
terrorismo, che vuole scatenare un conflitto religioso, uno scontro tra
civiltà, e ci invita piuttosto a osservare tutti i fattori in gioco, in
questo senso ci suggerisce addirittura un motivo in più per combattere il
terrorismo, il terrorismo va combattuto anche perché è una visione
politica della religione, perché fa un uso strumentale della religione a
fini di potere.
E cosa si fa contro chi vuole usare tutto
e tutti per affermare la propria visione politico-religiosa, in una
prospettiva in cui il criterio della verità della propria idea di realtà è
ridotto al successo proprio e alla distruzione altrui ? Lo si combatte,
come si faceva contro Hitler. Grazie a Dio che c’è stato chi ha combattuto
Hitler..
Casadei
L'obiettivo di Osama è quello di creare
una entità politica. L’obiettivo è politico, ma per raggiungere questo
obiettivo si usa il sentimento religioso.
Anche a questo proposito è chiaro poi che
la visione dell’Islam di Osama non coincide con quella dell'Islam nel suo
complesso, ad esempio nell'Islam sunnita non è lecito il suicidio, il
suicidio per loro è un peccato mortale (per gli sciiti è diverso). Secondo
il Corano poi anche in guerra non bisognerebbe colpire i civili,
addirittura non bisognerebbe colpire le proprietà materiali dei nemici, ma
solo i nemici.
Così si comprende che per Osama
l'obiettivo è politico e la religione, che pure serve molto, viene
adattata, perché la cosa più importante è la utilizzabilità della
religione per scopi politici.
Quanto all'Islam che si difende dall’
“imperialismo della civiltà occidentale”: è vero che c'è un dissidio
culturale tra Islam e Occidente.
E' difficile però dimostrare che i
problemi degli arabi dipendono dagli Stati Uniti , la maggior parte dei
problemi degli arabi dipendono da loro stessi, sono loro stessi la causa.
Tutti noi sappiamo però che è comodo poter
trovare un capro espiatorio e poter dire "la colpa è di un altro stato".
Quale? Il più potente, gli Usa.
Ma lo scontro culturale di oggi non è tra
il mondo occidentale e l'Islam in quanto Islam.
Quel che accade è che una cultura, una
economia, una scienza, una tecnologia, una civiltà basata sulla libertà,
quindi sulla possibilità di affermazione del soggetto, è destinata per sua
forza ad espandersi.
Il nostro mondo ha una forza propulsiva
che una civiltà che è chiusa su se stessa non può avere. E’ per questo che
la nostra civiltà si espande, nel bene e nel male.
La nostra civiltà ha avuto ed ha il
colonialismo, l'imperialismo, ha creato le armi nucleari che oggi
verrebbero usate contro di noi, è una storia fatta di bene e di male.
Ma è una storia sempre un passo avanti
alle altre civiltà perché la scelta di privilegiare la libertà,
l'individuo, la ragione portano a una capacità creativa e di espansione
che non hanno altre civiltà. Quindi le altre civiltà se mai dovrebbero
prendere l'esempio dai giapponesi o dai coreani, da certi popoli dell'Asia
che adesso guardano alle tecniche e ai valori dell'Occidente, cercano di
farli propri, trovano i modi per assumerli e quindi riescono a crescere,
modernizzarsi e nel contempo mantenere la propria identità. I popoli che
sono già riusciti a farlo (Giappone, Corea, Indonesia, Cina…) sono
cresciuti.
Prendiamo ad esempio la Cina: ancora oggi
è un paese dove non esiste la democrazia, l'idea del soggetto umano; però
negli ultimi 25 anni, rivolgendosi all'Occidente, ha cominciato a far sue
alcune caratteristiche dell'Occidente, per esempio la libertà economica.
Molte libertà mancano in Cina, ma quelle libertà che sono state immesse
nel tessuto cinese hanno fatto sì che la Cina cresca a una velocità
dell'economia del 9-10% all'anno. Eppure è un paese del “mondo” dominato
dagli americani.
Ci sono altri popoli che hanno delle
difficoltà. Non generalizziamo, il Terzo mondo non è tutto uguale. C'è un
terzo mondo che cammina, un altro che corre, uno che cammina all'indietro.
Gli arabi rischiano di camminare all'indietro se pensano che i loro
problemi derivino dall'Occidente. I problemi derivano sempre da noi
stessi, questo è vero nella vita personale e nella vita dei popoli. Come
diceva un antropologo francese, Rene Girard "Il capro espiatorio è la
soluzione di tutti i mali, ci permette di dare agli altri la colpa della
nostra condizione".
I popoli che capiscono queste cose vincono
la sfida con la civiltà occidentale, quelli che non l'accettano sono
destinati al massimo a produrre fenomeni come questo di Bin Laden che
senz'altro non prelude alla vittoria, prelude a sconfitte forse per tutti,
senz'altro per il mondo da cui nasce questo
fenomeno.
Caspani
Mi aggancio a quest'ultima osservazione.
Parto dal riconoscimento che, anche se strumentalizzata, c'è una
fortissima carica religiosa in Osama e nei fondamentalisti.
Cosa ci rivela la realtà dall'11 settembre
in poi? Che quello che un Occidente sazio e consumistico credeva di avere
risolto, cioè i problemi del significato della vita, che venivano ridotto
a non problemi o al massimo tollerasti come problema tipico della
dimensione privata dell’esistenza, tornano a galla come problemi sociali,
come problemi comuni, di tutti: il problema della religione, dei valori,
della cultura.
Questi non sono problemi secondari
rispetto alla civiltà dei consumi e in questo senso è una circostanza
positiva trovarsi qui a riflettere su eventi tanto drammatici, perché ci
offre l'occasione di comprendere che non è vero che il mondo sazio e
disperato del nichilismo edonista del nostro Occidente è l'unico orizzonte
della vita. La realtà è più grande.
Proprio per questo vi dico: per cercare
con realismo di trovare un’identità equilibrata e matura nella vita
nessuna dimensione strutturale dell'uomo -e la religione è una di queste-
può essere ridotta solo a una dimensione privata.
Così Osama ci rivela -come ci hanno
rivelato il nazismo, il comunismo, il fascismo- che la dimensione
religiosa ha sempre anche un risvolto sociale e pubblico e che ignorarlo
non favorisce la tolleranza, favorisce solo chi, come è successo e succede
anche nell'Occidente secolarizzato, vuole usare la religione solo in
funzione di strumento per il potere.
Non dimentichiamo che molti studiosi del
Novecento chiamano "religioni secolari" i regimi totalitari del '900.
"Religioni secolari", quindi visoni politico-religiose totalitarie, eppure
vissute con atteggiamento religioso, anche se da persone che da un certo
punto di vista erano sicuramente atee rispetto alla prospettiva
giudaico-cristiana. Così molti nell’Islam vivono con atteggiamento
religioso questa “versione” dell'Islam di Osama e dei suoi.
Il problema è tornare a capire che l'unica
cosa che conta è il rapporto con la realtà considerata in tutti i suoi
fattori e che non è vero, come sembrava averci insegnato il Novecento, che
l’Occidente ha risolto i suoi problemi religiosi e culturali e che rimane
solo da imparare a gestire democraticamente il potere politico.
C'è ben altro. C’è, oggi come nel
Novecento il problema fondamentale di dare senso alla vita in ogni istante
della vita. Questo può essere l'insegnamento positivo di questa triste
situazione, riscoprire che l’esigenza fondamentale dell’uomo è quella di
affrontare la realtà dandole un significato, non credere che la politica
sia la dimensione fondamentale.
Non pensiamo quindi che fare la guerra al
grande terrorista di oggi, una volta che si abbia successo, risolva tutti
i problemi, perché questa sarebbe ancora una volta una visione “politicista”.
Fermato Osama ci sarà qualcun altro che
cercherà di mettere a soqquadro il mondo.
Intanto però bisogna fermarlo. Fermarlo
con tutte le cautele etiche che si possono usare, che vengono dalla nostra
tradizione, però bisogna fermarlo. Fermarlo sapendo che la politica non è
tutto, non è l’ambito della perfezione umana, però bisogna fermarlo.
E allora che significa operare sapendo che
le risposte politiche concrete che si stanno realizzando non rispondono a
tutte le esigenze dell’uomo? Occorre non sognare utopie di mondi perfetti:
non ce ne sono.
Si può invece fare un lavoro di
approfondimento e di ricerca sulla radice della nostra tradizione, che se
è stata capace di generare la prospettiva della libertà e della dignità
dell'uomo, allora vuol dire che può comunicarci un positivo ancora oggi.
Conquistare esistenzialmente il “cuore” di questa radice è l'augurio che
vi faccio. Grazie.
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