Diesse Liguria 
Associazione di Docenti Professionisti liberi

 
 

Dante Alighieri: il “desìo” e la “cara gioia”

 

“Ciascun confusamente un bene apprende

nel qual si queti l’animo, e disira,

per che di giugner lui ciascun contende”

(Purg. XVII, 127-129)

 

Relatore Prof. Roberto Filippetti

Genova, 4 novembre 2005

 

PRIMA PARTE: IL “DE-SIDERIO”

 

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno, XXXIV, v. 139).

“puro e disposto a salire alle stelle” (Purgatorio, XXXIII, v. 145)

“l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145)

 

L’uomo di fronte al reale, attraverso un frammento di Aristotele

 

“Supponiamo che ci siano uomini che hanno sempre vissuto sotto terra, in dimore confortevoli e ben illuminate, adorne di statue e affreschi, e arredate con ogni genere di comodità. Supponiamo, tuttavia, che essi non siano mai usciti all’aperto, ma abbiano appreso solo per sentito dire dell’esistenza di uno spirito e di una potenza divini. Supponiamo che allora, un bel giorno, le viscere della terra si schiudano, ed essi possano fuggire e allontanarsi da queste dimore segrete per giungere nelle terre abitate da altri uomini. Quando essi vedranno improvvisamente la terra e il mare e il cielo, quando impareranno a conoscere l’immensità delle nuvole e la forza del vento, quando vedranno il sole e s’accorgeranno non solo della sua grandezza e bellezza, ma anche della sua energia, con la quale riempie di luce il cielo e rischiara il giorno; quando di nuovo la notte scenderà sulla terra, ed essi vedranno l’intero cielo trapuntato e adorno di stelle, e la luce tremula della luna… Certamente nel vedere queste cose troveranno conferma dell’esistenza degli dei e penseranno che queste grandi opere sono le opere degli dei” (Frammento 12, Ross).

 

 

Dante Alighieri: il “cuore” dell’uomo attraverso alcuni passi della Divina Commedia

 

L’uomo medievale – Dante ne è l’esempio – riconosce di essere stato creato con un cuore affamato e assetato. Le tre Cantiche lo documentano ampiamente. Ulisse è dannato per la sua vita fraudolenta, ma ci appare come un campione di umanità quando sferza i compagni di ventura con queste memorabili parole: “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf. XXVI, 118-120). Mentre il bruto è sazio quando ha appagato gli istinti e riempito il ventre, la “semenza” umana – la nostra natura più profonda – tende inesorabilmente ad andare oltre, verso ciò che vale, verso il Senso ultimo. Questa tensione è di tutti e di ciascuno: “Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira, / per che di giugner lui ciascun contende” (Purg. XVII, 127-129). Intuizione di un Sommo Bene nel quale solamente troverebbe riposo l’inquieto cuore umano, e indefesso desiderio di raggiungerLo. “O gente umana, perché poni il core” nei beni materiali che non appagano (Purg. XIV, 86)? Puoi anche far carriera, per brama di potere diventare papa, com’era accaduto ad Adriano V, il quale dovette  riconoscere che neanche quell’apice dava la felicità: “Vidi che lì non s’acquetava il core” (Purg.XIX, 109).

C’è però un “pozzo” verso cui val la pena convergere, come si legge nella terzina che apre il XXI Canto del Purgatorio: “La sete natural che mai non sazia / se non con l’acqua onde la femminetta / samaritana domandò la grazia, / mi travagliava…”. All’inizio del Convivio Dante aveva scritto: “Tutti gli uomini naturalmente desiderano di sapere”. Desiderio che però – nella malinconica autocoscienza degli antichi filosofi – non si potrà mai realizzare compiutamente. Confessa Socrate: “So di non sapere”. Gli fa eco Aristotele, ne La Politica: E’ nella natura del desiderio di non poter essere soddisfatto e la maggior parte degli uomini vive solo per soddisfarlo”. Sulla stessa lunghezza d’onda un nostro contemporaneo, il filosofo Etiènne Gilson: “Il desiderio resta là, non ucciso affatto, ma esasperato fino all’angoscia dal sentimento della sua impotenza” (cit. in DE LUBAC Il mistero del soprannaturale). Insanabile contraddizione: l’uomo è per natura pieno di una “sete” a cui in natura non è dato trovare risposta. Contraddizione sanata però – dice Dante – dalla Grazia. C’è una sola “acqua” capace di appagare pienamente la brama di senso e gusto per la vita: è la persona stessa di Cristo, incontrato per caso lungo la via, sul bordo di un pozzo, come era accaduto alla samaritana (cfr. Gv 4, 4-15).

Il Paradiso è un viaggio verso il pieno appagamento. Serrata la logica di Dante: “Io veggio ben che già mai non si sazia / nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra / di fuor del qual nessun vero si spazia. / Posasi in esso, come fera in lustra, / tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: / se non, ciascun disìo sarebbe frustra(Par. IV, 124-129). Solo la luce della Verità divina sazia l’intelletto umano, il quale allora si riposa in Essa come fiera nel suo covile. Ed è certo che l’uomo possa raggiungere il Vero: altrimenti il desiderio di conoscenza insito in ogni uomo sarebbe invano. Dio “ciò che scocca drizza in segno lieto” (Par. I, 126): conduce ad un bersaglio di felicità. Basta solo non far resistenza all’innata brama di Lui che ci anima: “La concreata e perpetua sete / del deiforme regno cen portava” (Par. II, 19-20). Dio, nella Sua suprema bontà, infonde l’anima umana direttamente, e le ispira un tale amore di Sé che essa non cessa mai di desiderarLo: “ma vostra vita senza mezzo spira / la somma beninanza, e la innamora / di sé sì che poi sempre la disira” (Par. VII, 142-144). Beatrice, prima di affidare Dante a San Bernardo – maestro di mistica contemplazione – lo invita a immergere lo sguardo nel fiume della Grazia illuminante: “di quest’acqua convien che tu ti bei / prima che tanta sete in te si sazi” (Par. XXX, 73-74). Verrà infine l’ultima visione e la piena soddisfazione. Ma all’inizio del viaggio, e lungo le tappe, urge tenere desto il “cuore” così come Dio l’ha fatto.

 

 

SECONDA PARTE: LA DISCESA

 

L’inizio

“Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita”(Inf. I, 1-3). Quando Beatrice morì e il suo spirito salì al cielo, alla bellezza eterna, Dante l’abbandonò, smarrì la diritta via “e volse i passi suoi per via non vera, / imagini di ben seguendo false, / che nulla promession rendono intera” (Purg. XXX, 130-132): cominciò a perseguire una via di menzogna, andando dietro a false immagini di bene, che mai mantengono interamente quella promessa di felicità con cui avevano ammaliato il giovane Dante. Un idolo è propriamente questo: una falsa immagine di bene che non corrisponde mai esaurientemente alla umana domanda di pienezza che pretenderebbe soddisfare, e conduce infine alla perdizione.

 

Dal tentativo solitario al grido

Dante tenta la solitaria ascesa verso il colle la cui cima è illuminata dal sole di Dio. Tentativo nobile: l’uomo non può non tendere all’Ideale. Tentativo però destinato al fallimento: lonza, leone e soprattutto lupa (Piacere, Potere e Avere) lo ricacciano giù “là dove ‘l sol tace”. L’uomo tende al bene, ma da solo è incapace di realizzarlo (e realizzarsi). Egli perde così “la speranza de l’altezza”, rovina “in basso loco”, quand’ecco che all’improvviso gli viene “offerto” dinanzi agli occhi – prima evidenza della Grazia divina – il volto di Virgilio. Dante gli grida: “Miserere di me”.

 
 Il metodo: la sequela

“Allor si mosse, e io gli tenni dietro”. Così si chiude il I Canto.

 

Due posizioni a confronto: il “pio” Enea e il “folle volo” di Ulisse

Perché seguire Virgilio? Perché fu colui che cantò il “pio Enea”: l’uomo che obbedisce agli dei anche quando questo comporta sofferenza (l’addio a Didone), il prescelto – accanto a San Paolo – per la visione dell’al di là. Dante, anche lui prescelto, si sente piccolo di fronte a quei due campioni e si chiede se il suo viaggio ultraterreno “non sia folle” (Inf. II,35). “Folle”: etimologicamente “gonfio d’aria”, ovvero pieno di sé, superbo. Un “folle volo” è quello d’Ulisse (Inf. XXVI,125), perché fondato nella presunzione dell’individuo che crede di poter varcare ogni limite e, con le proprie sole forze, inoltrarsi nel grande oceano della Verità.

Anche Dante si è esposto sul crinale della “follia” (Purg. I, 59); l’ha poi stigmatizzata nel mito greco della “folle Aracne” (Purg. XII,43), e ne ha colto la radice profonda nell’originaria “follia” (Par. VII, 93) del peccato di Adamo. Ora può procedere dietro a Virgilio nei regni dell’oltretomba senza cadere in questa temeraria superbia, proprio perché il suo viaggio è voluto da Dio. “Tre donne benedette” (Inf. II,124) – Maria, Lucia e Beatrice – si sono mosse in suo soccorso.

 

Un’affascinante figura, lungo il viaggio

Nessun fascino umano negli ignavi: “l’anime triste di coloro / che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo” (Inf. III, 35-36), mai schierandosi, mai appassionandosi per alcunché, tanto che ora – per contrapasso – corrono dietro a un’insegna qualsiasi, pungolati da vespe e mosconi, mentre un repellente liquame, misto di lacrime e sangue, cola ai loro piedi ove viene succhiato “da fastidiosi vermi” (v. 67).

Grandemente affascinante è la figura di Francesca da Rimini, nel V Canto. Siamo nel secondo cerchio, quello dei “peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento” (vv. 38-39), ovvero coloro che sottomettono la ragione all’istinto sensuale. In vita si lasciarono travolgere dalla tempesta della passione e ora, per contrapasso, sono sballottati “di qua, di là, di giù, di su” (v. 43) dalla bufera infernale. Nota Gianfranco Contini, “l’etica mondana, che perdura nello Stil Novo e si prolunga nella Vita Nuova”, aveva convinto il giovane poeta della onnipotenza del dio Amore, di quell’ “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (Inf. V, 103), che cioè non permette ad alcuna persona che sia amata di non amare a sua volta. Anche se è, come nel caso di Paolo e Francesca un amore adulterino (ma il fascino di Beatrice ha poi superato quello di Francesca).

Dante, col Canto V dell’inferno, comincia a staccarsi dagli idoli, a partire dalla lussuria. Tre similitudini ornitologiche connotano questo Canto: “i peccator carnali” – questi “spiriti mali” – sono come una fittissima schiera di storni, portati dalle “ali” e travolti dal vento invernale; sono anche “come i gru” che cantano “lai” dolcemente malinconici; in particolare Paolo e Francesca vengono verso Dante “quali colombe”. Fil rouge che attraversa le tre similitudini è la nota “-ALI”, nella rima carnALI / ALI / mALI (vv. 38-40-42), variata poi dalla tripletta assonante mAI / LAI / guAI (vv: 44-46-48); infine nella fitta serie di rime interne, riecheggiate dalle allitterazioni: “quALI colombe dAL disìo chiamate / con l’ALI ALzate e ferme AL dolce nido / vegnon per L’Aere, dAL voler portate; / cotALI uscir de LA schiera ov’è Dido, / a noi vegnendo per L’Aere mALIgno” (vv. 82-84). Dante evoca così la volatilità dei due amanti “che paion sì AL vento esser leggieri” (v. 75). Ma non inganni questa “leggerezza”, ché siamo all’inferno e vige la legge del contrapasso: quanto più i due son leggeri, tanto più vorticosamente la bufera li travolge, rendendone grave e pesante la pena.

E’ la condanna dell’idolo-Amore – parola tre volte ripetuta in anafora ai vv. 100, 103 e 106 – che in quanto tale porta alla morte (“Amor condusse noi ad una morte”: v. 106); condanna di quello che Ferrucci ha chiamato il “desiderio malato”. Se tutta la Commedia è il “poema del desiderio”, questo appare sano quando indirizzato ad un oggetto adeguato (ultimamente Dio, attraverso la realtà che lo “in-segna”, specialmente attraverso Beatrice); malato quando è portato su un oggetto particolare enfatizzato come se fosse il Tutto (è il “desiderio” dei vv. 82, 113-114, 120, 133). Ancor più al fondo c’è la condanna di quella mentalità edonistica rappresentata dalla regina assira Semiramide, la quale “al vizio di lussuria fu sì rotta, / che lìbito fé lìcito in sua legge”, fino a giungere al rapporto incestuoso col figlio. Libet licet: mi piace, dunque è lecito. Da Semiramide, poi fatta uccidere dal figlio, a Paolo e Francesca, uccisi dal marito di lei Gianciotto Malatesta, sempre la menzogna dell’idolo è la soglia della violenza omicida.

 

L’ostacolo dei diavoli

I diavoli che Dante incontra ne ostacolano il cammino, a cominciare da Caronte. Ma Virgilio lo sconfigge con la formula “vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare”, (Inf. III, 95-96). Identica formula pronuncia Virgilio per vincere il diavolo Minosse (Inf. V, 23-24) e – variata – per sconfiggere il demonio-lupo Pluto (Inf. VII, 11-12). E la tracotanza dei diavoli viene presto ridicolizzata dal Messo angelico anche di fronte alla città di Dite: “Perché recalcitrate a quella voglia / a cui non puote il fin mai esser mozzo”, come ben sa “Cerbero vostro” (Inf. IX, 94-98)? Cerbero è il demonio che presiede al III cerchio, quello dei golosi: “CerbeRo, fieRa cRudele e diveRsa, / con TRe gole caninamente laTRa… Li occhi ha veRmigli, la baRba unTa e aTRa, / e ‘l venTRe laRgo, / e unghiaTe le mani; / gRaffia gli spiRTi ed iscoia ed isquaTRa” (Inf. VI, 13-18). L’attenta scelta dei suoni aspri, gutturali e “petrosi”, il corpo umano-bestiale da cui divergono tre gole e tre teste, i tre colori diabolici (il rosso vermiglio degli occhi; la barba unta, giallastra, e atra, cioè nera): in tutti questi aspetti il “gran vermo” Cerbero (v. 22) prefigura Lucifero, il “vermo reo” (Inf. XXXIV, 108). “Vermo” è poi un connotato che riecheggia in “vermiglio”: un colore che si estraeva da un verme. Cerbero, il “GRan vermo”  che “GRaffia” gli spiriti, sta in una fetida terra, continuamente flagellata da “GReve pioggia” (v. 35), e da “GRandine GRossa”: sembra che tutto riecheggi in modo onomatopeico il suo verso ferino. Il suo assordante abbaiare rintrona i dannati e i nostri due pellegrini, ma Virgilio gli chiude le fauci e lo “racqueta” gettandogli in bocca un pugno di fangosa terra: questo lo sazia (mentre l’uomo “de-sidera”: solo il Cielo ne può saziare il cuore inquieto). Nel Canto XXXIV infine Dante si ritrova faccia a faccia con Dite – il Ricco –, con Lucifero, colui che si pone in radicale antitesi con Cristo. Se Gesù è “quello imperador che là sù regna” (Inf. I, 124), Satana è “lo ‘mperador del doloroso regno” (XXXIV, 28); se Gesù è l’incarnazione bella di Dio-Trinità, Satana è “brutto” (v. 34), con “tre facce a la sua testa” (v. 38), una “vermiglia” (v. 39), una “tra bianca e gialla” (v. 43) e una nera (v. 45). Se il numero della “cristofora” Beatrice è il nove, che simboleggia il miracolo, quello di Lucifero è la stessa cifra rovesciata: il sei. Con sei ali di “vispistrello” (v. 49) raggela tutto attorno a sé; “con sei occhi piangea, e per tre menti / gocciava il pianto e sanguinosa bava” (vv. 53-54). Con tre bocche maciullava altrettanti traditori: Giuda, Bruto e Cassio. Quanto a Giuda, “il mordere era nulla / verso il GRaffiar” (vv: 58-59) che gli rendeva la schiena “tutta brulla”. Infine, concluse le ventiquattr’ore del viaggio infernale, Virgilio ordina di partire, “ché tutto avem veduto”: tutto il male e la sua gigantesca, meccanica, luciferina origine. Sul peloso corpo di quell’“edificio” (v. 7), usato come passiva scala di servizio, i due compiono l’ultima discesa, per poi operare una conversione di rotta di 180° e risalire verso l’altro emisfero della terra ove sta il Purgatorio. Lucifero, tanto spaventoso prima quanto imbelle adesso che è stato guardato in faccia e chiamato per nome, non oppone la minima resistenza.

 

TERZA PARTE: ASCESA/ASCESI

 

Sulla soglia

Lasciato alle spalle il “mar sì crudele” dell’Inferno, la “navicella dell’ingegno di Dante verso “miglior acque” può alzare le vele. Verso quel grande lavacro che è il Purgatorio. Al vecchio Catone, custode del Purgatorio, Virgilio dà la più bella definizione di Dante: “libertà va cercando ch’è sì cara” (v. 71), più cara della vita stessa, come Catone ben sa! Seguendo ancora una volta “i passi” di Virgilio (v. 112), Dante s’avvia poi verso la spiaggia, mentre la luce crescente gli fa già vedere “il tremolar de la marina” (v. 117). Qui Virgilio compie due riti. Dapprima raccoglie soavemente la rugiada che brilla nell’erba tenera e lava il volto di Dante, ancora annerito dal viaggio infernale. Quindi cinge il Poeta – colui che per arrogante “follia” (v. 59) si era un tempo approssimato alla morte – col giunco dell’umiltà. “Venimmo poi in sul lito diserto, / che mai non vide navicar sue acque / omo, che di tornar sia poscia esperto. / Quivi mi cinse sì com’altrui piacque” (vv. 130-133). Evocata dal gioco delle rime, appare eloquente l’antitesi con Ulisse: colui che varcando le Colonne d’Ercole nel “folle volo” (Inf. XXVI, 125) di una tracotante impresa (presumere di poter andare “Oltre” da soli, senza l’aiuto divino), era andato a naufragare in vista della bruna montagna del Purgatorio; colui che, ardendo dal desiderio di “divenir del mondo esperto” (v. 88), s’era inoltrato nell’alto mare “con quella compagna / picciola da la qual non fui diserto” (vv. 101-102); colui che infine tre volte aveva visto ruotare la nave “con tutte l’acque; / e la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù, com’altrui piacque” (vv. 139-141). In giù finisce il superbo viaggio della vita, tanto per l’eroe classico quanto per l’individuo moderno; in su, verso la lieta speranza, s’incammina umilmente il giubilare romeo. In giù, nel naufragio, il “legno” di Ulisse; verso “miglior acque” la “navicella” di Dante.

 

La folle superbia dell’“UOM”

 

Proprio i superbi espiano nel I girone – il più grave, basso e ampio – del Purgatorio di Dante. Tutto è qui all’insegna del tre. Il poeta parla di questo luciferino vizio in un trittico di Canti – X, XI e XII –: nel X tre altorilievi esaltano esempi di umiltà, mentre le anime dei superbi compaiono oberate da enormi massi; nell’XI il Poeta incontra tre anime purganti di superbi; nel XII, in antitesi col X, ben tredici esempi di superbia punita sono effigiati in bassorilievo sul pavimento così da essere calpestati da chi passa, e sono tutti “cuciti” in verticale da un acrostico di tre lettere, “VOM”. Soffermiamoci su quest’ultimo suggestivo esempio di scrittura cifrata. Quattro terzine (vv. 25-36) sono aperte dall’anafora “Vedea”, quattro (vv. 37-48) da “O”, quattro (vv. 49-60) da “Mostrava”: sono i primi dodici esempi. Le tre parole – “Vedeva-o-mostrava” – ritornano subito dopo (vv. 61-63) in apertura dei tre versi relativi al tredicesimo esempio di superbia punita. Le iniziali danno “VOM”, cioè – nelle abitudini grafiche del tempo – “UOM”: ecco, abbiamo calpestato la variegata morfologia dell’“UOM” vecchio, ovvero Adamo che per superbia (“… diventerete uguali a Dio”) si è macchiato del peccato originale. Ciò viene de-cifrato di lì a poco nell’invettiva dantesca: “Or superbite, e via col viso altero, / figliuoli d’Eva, e non chinate il volto / sì che veggiate il vostro mal sentero!” (vv: 70-72); ovvero: e adesso, o figli d’Eva, insuperbite pure, continuate pure a camminare con volto altero senza abbassare gli occhi per non vedere la via di perdizione che state seguendo! Ciò riecheggerà in un altro acrostico, in Paradiso XIX, 115-141: tre volte l’anafora “Lì si vedrà”, tre volte “Vedrassi”, tre volte “E”, così da dare cifratamente “LVE”, ovvero “LUE” – il flagello della peste – e così stigmatizzare, nel lungo catalogo di cattivi re e principi cristiani, quel modo di governare che aveva ammorbato il mondo, a motivo di tutti i vizi capitali, e in particolare della “superbia ch’asseta” (v. 121).

 

 

Attrattiva Beatrice

 

“La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene,

e nel quale trova la sua più grande soddisfazione”

TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, II, II ae, q.179, a.1)

 

“Quanto ragion qui vede, / dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta / pur a Beatrice, ch’è opra di fede” (Purg. XVIII, 46-48): Virgilio, con la ragione, ha spiegato a Dante che l’amore è un’innata predisposizione dell’anima umana, messa in moto dall’attrattiva della Bellezza, e questo movimento del desiderio “mai non posa / fin che la cosa amata il fa gioire” (vv. 32-33). Virgilio con la sua spiegazione può arrivare fino a un certo punto, ma quando la questione che Dante pone diventa argomento di fede, occorre rivolgersi a Beatrice. Per un amore mal concepito e indirizzato – “amor ch’a nullo amato amar perdona” (Inf. V, 103) – Francesca  si è persa; per un amore ancora mondano che vagheggia un’immagine di donna ambiguamente estetizzante, il maestro del dolce stil novo Guido Guinizzelli è posto a purificarsi tra i lussuriosi del Canto XXVI del Purgatorio. E’ con lui il poeta provenzale Arnaut Daniel, insieme triste per la passata “follia” d’amore che poteva condurre a perdizione, e felice per la speranza certa che si vede davanti (cfr. vv. 142-144). Follia – “folor” in provenzale – una follia d’amore che poteva condurre a perdizione, come un “folle volo” aveva condotto al tragico naufragio Ulisse in un altro Canto XXVI, quello dell’Inferno. Quel “varco / folle d’Ulisse” potrà contemplare Dante, quando darà l’ultimo sguardo alla terra dall’alto del Paradiso (XXVII, 82-83), lui salvato dall’Amore, che ha assunto il volto concreto di Beatrice. Dio raggiunge l’uomo attraverso segni efficaci: colei che lo era stato in forma germinale nella Vita nova, torna ad esserlo potentemente ora, in cima al Purgatorio. Ma per raggiungerla c’è ancora una barriera di fuoco da attraversare: “Tra Beatrice e te è questo muro” (Purg. XXVIII, 36), gli dice Virgilio, e Dante – vinta ogni esitazione – si lancia tra le fiamme di quell’estrema totale purificazione. Non lo sforzo di volontà, ma l’attrattiva-Beatrice dona l’energia per la prova. L’arsura è smisurata, ed allora “lo dolce padre mio, per confortarmi, / pur di Beatrice ragionando andava”, dicendo che gli pareva di vederne già gli occhi (vv. 52-54). Fascino di uno sguardo, intensità di un’affezione. Superata la prova del fuoco, c’è il refrigerio della notte. Virgilio all’alba, prima di accomiatarsi da Dante, gli promette che di lì a poco avrebbe gustato quel dolce ed appagante frutto di vera felicità, che gli uomini affannosamente cercano (cfr. vv. 115-117). Finalmente, nel Canto XXX,  il Poeta vede sul carro comparire lei, Beatrice: la donna dall’abito rosso (amore di carità), dal manto verde (speranza) e dal velo bianco (fede), salutata con le stesse parole con cui era stato acclamato Gesù all’ingresso trionfale in Gerusalemme, così da apparirci come colei che rende presente la gloria di Cristo. Incontrata nell’adolescenza, poi smarrita, Dante ora l’ha ritrovata in pienezza come una presenza che lo rende “di stupor, tremando, affranto” (vv. 35-36). Beatrice “ha dato forma alla sua vita” (E. Auerbach). Il fascino assecondato di quell’incontro lo ha avviato al compimento di sé. Ora lei lo chiama per nome (v. 55) e lo guarda negli occhi (v. 66). Quindi, al v. 73, (vero baricentro del Canto: 72 versi lo precedono e altrettanti lo seguono), si presenta: “Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice”. Tre volte ben, lei, il miracolo. Lui le confessa, fortemente pentito, il proprio male – idolatria e dimenticanza – e ne ottiene il perdono. Può ora vedere, attraverso gli occhi di lei, come in uno specchio, il volto di Cristo-grifone, Dio e uomo: Colui che compie la fame e sete del cuore, Colui che rende l’anima “piena di stupore e lieta” (XXXI, 127). Lui, l’Amore, reso esperienza qui e ora attraverso l’incontro con lei, l’amore per lei.

 

QUARTA PARTE: LA “CARA GIOIA”

 
Il paradiso come avventura dello sguardo

“La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove”: così si apre il Canto I del Paradiso di Dante, la Cantica della “gloria”, cioè di Dio stesso, trasparente nella bellezza del creato. Dante procede di cielo in cielo, di stupore in stupore, tutto valorizzando – storia antica, miti classici, bellezza della natura – come segni e “umbriferi prefazi” (Par. XXX, 78) di quel Vero che si è fatto carne nella Rivelazione e lo ha raggiunto nella forma bella e affettivamente attraente di Beatrice. Lei – figura pontefice – guarda il sole di Dio, lui guarda lei e così, illuminato ma non abbagliato, sale: “Beatrice tutta ne l’etterne rote / fissa con li occhi stava; e io in lei / le luci fissi, di là sù rimote” (Par. I, 64-66). Sale, attraversata la sfera del fuoco, per sette cieli, e v’incontra altrettante schiere di salvati: gli spiriti di coloro che mancarono ai voti (luna), di quelli che operarono il bene per desiderio di gloria (Mercurio), di coloro che amarono Dio “attraversando” i beni materiali (Venere), dei sapienti (Sole), di coloro che combatterono per la fede (Marte), dei giusti (Giove) e infine dei contemplativi (Saturno). Giunto nell’VIII cerchio, quello delle stelle fisse, Dante viene esaminato sulle tre virtù teologali dai tre apostoli più vicini a Gesù. Pietro lo esamina sulla fede, “questa cara gioia /sopra la quale ogne virtù si fonda” (Par. XXIV, 89-90). “CARA GIOIA”: gioiello prezioso ed insieme amata letizia che, per sovrabbondanza del cuore, rende facile la vita virtuosa. Giacomo lo esamina sulla speranza, ovvero sull’attesa certa del compimento ultimo – “Spene… è un attender certo / de la gloria futura” (XXV, 67-68) –, quella virtù che nel mondo rende terreno attraente il bene (“la spene, che la giù bene innamora”: v. 64) e che Dante – come attesta Beatrice – ha vissuto in modo eccelso: “La chiesa militante alcun figliuolo / non ha con più speranza” (vv. 52-53). Infine Giovanni – “colui che giacque sopra ‘l petto” di Gesù (XXV, 112) – interroga Dante sull’amore di carità. Il Poeta, fissando intensamente il fulgore dell’apostolo, è rimasto cieco e se ne preoccupa, ma Giovanni lo tranquillizza: Beatrice “ha nello sguardo / la virtù ch’ebbe la man di Anania” (XXVI, 11-12), colui che ridiede la vista a Saulo-Paolo. Tutto il dialogo sulla carità (vv. 1-66) – il retto amore che prorompe potente dallo sguardo fisso sul Sommo Bene – Dante lo vive da cieco, ma subito dopo Beatrice gli restituisce la vista, “onde mei che dinanzi vidi poi” (v. 79). La carità non consiste nello sforzo volontaristico di fare il bene, ma in una nuova vista donata da Cristo presente, cosicché l’amore al prossimo gorgoglia come limpida acqua per sovrabbondanza del cuore. Questo era chiaro al cristiano del primo ‘300: non a caso Giotto in quegli stessi anni a Padova contrappone la carità all’“in-vidia”, il non-vedere perché accecati dalla brama di possesso. Dante confessa quali fattori l’abbiano educato alla carità, cioè a fissare gli occhi del cuore su Dio: l’esistenza del mondo e dell’io, macro e microcosmo, segno l’uno e l’altro della mente bella e ordinatrice del creatore; Cristo che ha dato la vita perché io viva; la conseguente speranza mia e di ogni credente; la pacata e vivida certezza. Tutti questi stimoli – conclude il Poeta – “tratto m’hanno dal mar de l’amor torto , / e del diritto m’han posto a la riva”(vv. 62-63): questi fattori mi hanno evitato il pericolo del “naufragio in un altro mare, quello della presunzione intellettuale in cui dovette soccombere Ulisse” (Bianca Garavelli). Anche la scena che apre il Canto II del Paradiso è – scrive Maria Corti – “uguale e contraria rispetto all’episodio di Ulisse” di Inferno XXVI, 90-142: il “folle volo” dell’antico titanico eroe si slanciò “per l’alto mare aperto / sol con un legno e con quella compagna / picciola” con cui varcò le Colonne d’Ercole, e precipitò nel naufragio “infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”. Invece l’umile viaggio di Dante (Par. II, 1-30) che “vola” sulle orme di Beatrice, giungerà all’alta meta, ma non tutti sono in grado di compierlo: “O voi che siete in piccioletta barca, / … dietro al mio legno che cantando varca” le Colonne d’Ercole, tornate indietro perché, perdendomi di vista, potreste rimanere “smarriti”, dato che “l’acqua ch’io prendo già mai non si corse”; mentre voi che da tempo vi nutrite dell’esperienza di Dio, già pregustando in terra il celeste compimento, “metter potete ben per l’alto sale / vostro navigio, servando mio solco / dinanzi a l’acqua che ritorna equale”, cioè fissando lo sguardo sulla mia scia prima che l’acqua si richiuda. “Beatrice in suso, e io in lei guardava” (Par. II, 32) e noi in lui. Avvento di una presenza, avventura dello sguardo.

 

Trasumanar

Trasumanar: questo “il verbo-chiave del Paradiso” (Garavelli). “Trasumanar significar per verba / non si porìa” (Par. I, 70): non ci sono parole che esprimano adeguatamente cosa significhi superare i propri limiti umani. Trovare parole adeguate è impresa impossibile all’uomo, ma non al graziato da Dio, chiamato a scrivere il “poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Par. XXV, 1-2). Non tracotante presunzione, ma altissima vocazione: Dio chiama un uomo al compito di poeta-profeta. E quell’uomo – Dante – obbedisce, perché “e ‘n la sua volontade è nostra pace” (Par. III, 85). Analogamente hanno obbedito, e trovato pace, i santi, a partire da Francesco – elogiato  dal domenicano Tommaso d’Aquino nel Canto XI – e da Domenico (di cui nel XII tesse il panegirico il francescano Bonaventura): i due fondatori degli ordini mendicanti, voluti dalla provvidenza perché la Chiesa, sposa di Cristo, “andasse ver’ lo suo Diletto” (XI, 31). Francesco, “tutto serafico in ardore”; Domenico, per sapienza splendente “di cherubica luce” (vv. 37-39). Siamo nel cielo del Sole, e Francesco – l’autore del Cantico di Frate Sole – è cantato da Dante come un “sole” (v. 50) tale che anche Assisi, sua città natale, andrebbe propriamente chiamata “Orïente” (v. 54): il luminoso mistico matrimonio tra il Santo e madonna Povertà “orienta” la vita e i veloci passi di Bernardo, di Egidio, di Silvestro, tutti in corsa “dietro a tanta pace” (v. 80), tutti alla sequela di “quel padre e quel maestro” (v. 85). La sua regola, dopo aver avuto “il primo sigillo” (v. 93) da papa Innocenzo, e il secondo da papa Onorio, “da Cristo prese l’ultimo sigillo” (v. 107): le stigmate sul monte della Verna. L’Assisiate morente “al suo corpo non volle altra bara” (v. 117) che il grembo di madonna Povertà: la nuda terra. Furono Francesco e Domenico “a mantener la barca / di Pietro in alto mar per dritto segno” (vv. 119-120): quando la barca della Chiesa è guidata insieme dal Carisma dei santi e dall’Istituzione del Sommo Pontefice, procede diritta verso il porto senza rischiare il naufragio, “diversamente da quanto accaduto a chi tentò la navigazione sfidando la legge divina, il cui simbolo, per ogni tempo – scrive Bianca Garavelli – è Ulisse”, colui che da solo credette di potere “trasumanar” e mettersi “per l’alto mare aperto” (Inf. XXVI, 100). Come per i santi, così anche per Dante – personaggio agens nel cielo di Marte – appare come luminosa evidenza che “e ‘n la sua volontade è nostra pace”, anche quando la divina volontà assume la forma dolorosissima dell’insuccesso umano e dell’esilio: la pace è data a “chi prende la sua croce e segue Cristo” (Par. XIV, 106). Croce splendente e soave, quando il dolore viene offerto a Dio; croce vittoriosa e trionfante, come a Dante insegna Cacciaguida, suo trisavolo che è qui tra i santi combattenti, lui che partecipò alla seconda crociata; Golgota non solo come soglia dell’immortalità terrena (“s’infutura la tua vita” Par. XVII, 98), ma soprattutto, a imitazione di Cristo, come strettoia che spalanca sulla beatitudine eterna. E’ la definitiva consacrazione poetica, da parte di Cacciaguida, come missione profetica: “… rimossa ogni menzogna, / tutta tua visïon fa manifesta” (vv. 127-128); “questo tuo grido farà come vento, / che le più alte cime più percuote” (vv. 133-134). Esaltata la giustizia divina (Canti XVIII-XX, cielo di Giove), a Dante appaiono, lungo la scala di Giacobbe, gli spiriti del cielo di Saturno: san Pier Damiani che nell’eremo marchigiano di Fonte Avellana visse “contento ne’ pensier contemplativi” (XXI, 117); san Benedetto e i suoi monaci “che dentro ai chiostri / fermar li piedi e tennero il cor saldo” (XXII, 50-51). Quindi l’esperienza della contemplazione è donata a Dante, nel canto XXIII, che si apre con l’incanto lirico di una similitudine: Beatrice attende, eretta e ardente, il trionfo di Cristo, come sul ramo vicino al nido “l’augello” brama che sorga il sole per rivedere gli amati figli ed iniziare la gradita fatica di procurare loro il cibo. E Dante vede sfolgorare la sostanza fisica del corpo del Risorto, Colui “ch’aprì le strade tra ‘l cielo e la terra, / onde fu già sì lunga disïanza” (vv. 38-39): il ponte, la via al compimento del “de-siderio”. Contempla poi Maria, “la rosa in che ‘l verbo divino / carne si fece” (vv. 73-74), mentre l’arcangelo Gabriele orbita cantando attorno a “l’alta letizia che spira dal ventre / che fu l’albergo del nostro disiro” (vv. 104-105). La Felicità sommamente desiderata si è fatta carne nel ventre di una donna. E’ il suo incarnarsi che permette all’uomo di “indiarsi” (Par. IV, 28): di “trasumanar”.

 

Visione e preghiera

XXX Canto del Paradiso. Dante, guardando il “dolce riso” di Beatrice, che non aveva mai visto così bella, è asceso all’Empireo, l’immateriale cielo coincidente col puro pensiero di Dio: il “ciel ch’è pura luce: / luce intellettüal, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogni dolzore” (vv. 39-42). Indimenticabile climax: tre gradini, tre parole-chiave – “luce-amore-letizia” –, tre sostantivi in rima replicati a capo del verso successivo “si ripercuotono uno sull’altro, riverberando lo splendore del cielo in amore a Dio, la carità in felicità”(Pasquini-Quaglio), ovvero in quell’ineffabile “dolzore” che per i provenzali è la suprema dolcezza e il più alto sentimento attingibile da animo umano. La vista di Dante è dapprima abbagliata poi rafforzata: in grado di abbeverarsi al fiume di luce che sgorga da Dio, sul quale scintillano le “faville” angeliche, inebriate dal profumo dei “fiori” – i Beati – che stanno sulla riva (cfr. vv. 64-69 e 94-96). Ineffabile esperienza, mirabile visione. E preghiera rivolta allo “isplendor di Dio” di riuscire a trovare parole per esprimere l’inesprimibile: nell’Empireo c’è una luce grazie alla quale è visibile il Creatore “a quella creatura / che solo in lui vedere ha la sua pace” (vv. 101-102). Questa è la statura dell’uomo: un cuore inquieto finché non gli è dato riposare nella pacificante contemplazione di Dio. XXXI Canto. La visione dei Beati assume un’altra metamorfica figura: la “candida rosa… che nel suo sangue Cristo fece sposa” (vv. 1-3), sulla quale gli Angeli – come uno sciame d’api – s’immergono per inebriarsi e poi risalgono alla luce di Dio. Altra mirabile visione, ed altra preghiera, commossa e sofferta: “Oh trina luce che ‘n unica stella / scintillando a lor vista, sì li appaga! / guarda qua giuso a la nostra procella!” (vv. 28-30), o luce una e trina che doni piena e luminosa pace ai Beati, guarda al mondo umano agitato dalla tempesta e donagli pace. Un attimo dopo Dante si sorprende a non aver più di fianco Beatrice, bensì san Bernardo in compagnia del quale potrà “terminar lo suo disiro” (v. 65), cioè pervenire al compimento dell’umano desiderio con la visione del mistero di Dio uno e trino. Dante contempla Beatrice, che è tornata al suo posto in un punto altissimo della candida rosa, e le eleva un inno che si scioglie ancora in preghiera (vv. 79-90): “O donna in cui la mia speranza vige”, donna a cui debbo tutto, “tu m’hai di servo tratto a libertate”; custodisci in me gli effetti magnifici, tu che mi hai portato la salvezza. Dante, colui che “libertà va cercando” (Purg. I, 71), ha incontrato un volto umano in cui dimora, fatta visibile, la verità che rende liberi, e l’ha semplicemente guardata e seguita, perché fa crescere - è autorevole -  solo chi rende lieto il cuore. Di fronte a quel volto, che ora da lontano gli sorride, “dalla deferenza cavalleresca del ‘voi’, Dante trascorre, per l’unica ed ultima volta, alla religiosa intimità del ‘tu’” (Sermonti). Dante: un ‘io’ che ha ritrovato pienamente il proprio volto umano di fronte a un ‘tu’ “cristo-foro”, ora definitivamente ed intimamente vicino. San Bernardo chiede a Dante di seguire “con affezione… questa santa orazione” (Par. XXXII, 149-151) che apre il Canto XXXIII, la più alta e bella preghiera che un poeta abbia mai elevato alla Madonna:

“Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra’ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate”.

 

Infine l’ineffabile visione del Mistero trinitario: tre cerchi di coloro diversi che si riflettono l’uno dall’altro come arcobaleno da arcobaleno, in uno dei quali compare la figura umana di Cristo (cfr. 115-132). Il cerchio, emblema di perfezione; l’arcobaleno – iride – simbolo dell’alleanza. Un ultimo “fulgore” di grazia, e in Dante desiderio di Dio e volontà di amarlo sono perfettamente armonizzati da Colui “che move il sole e l’altre stelle” (v. 145).[1]


 


[1] Questo testo è la rielaborazione di due articoli comparsi su rivista, poi raccolti nel primo dei tre volumi: R. FILIPPETTI, Il per-corso e i percorsi, Itaca, Castelbolognese (RA) 2000 e-mail itaca@itacalibri.it