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CORPORAZIONI E UNIVERSITATES:
LE CELLULE DELLA VITA SOCIALE MEDIEVALE
Prof. Danilo Zardin
Tra individualismo e collettività.
All’origine della Storia dell’Occidente non c’è
l’individuo: noi oggi siamo portati a considerare la società, la politica,
i rapporti che gli uomini stabiliscono fra di loro alla luce di una
concezione individualistica dell’uomo.
Noi oggi concepiamo la società come un insieme di
individui autonomi, liberi, tutti uguali fra di loro, dotati delle stesse
potenzialità, volti a ricercare un ruolo all’interno della società in
forza di posizioni di partenza identiche ed in competizione libera ed
aperta: tutti nascono uguali, non ci sono differenze qualitative che
separano gli uomini in ordini, ranghi, gruppi, ordini separati tra loro e
destinati ad assegnare responsabilità e privilegi diversi. Gli uomini ci
appaiono oggi chiamati a competere individualmente in alternativa agli
altri: l’identità umana è frutto di una conquista che si può affermare
separandosi dagli altri al di sopra dei legami che uniscono gli uomini. Il
singolo individuo afferma se stesso quanto più si emancipa e si libera dei
legami che lo stringono agli altri, trovando in se stesso le ragioni della
propria forza. Ma questo non è il modello di uomo che abbiamo all’inizio
dell’Occidente in epoca medievale. Non solo è assente una concezione
individualistica ed atomistica dell’uomo, ma manca anche l’idea di una
società concepita in forma ideale come insieme complessivo degli
individui, una totalità astratta, esterna che si pone di fronte
all’individuo ed è chiamata a fissare le norme in base alle quali i
singoli sono destinati a competere. Nel Medioevo non esistevano queste due
polarità: l’individuo autonomo e la collettività astratta. La società
medievale era fondata su un fattore centrale attorno al quale tutti i
fenomeni sociali gravitavano: gruppi, associazioni, realtà
superindividuali, corpi all’interno dei quali si realizzava
la vita sociale. La società viveva, si rendeva concreto all’interno di
tali realtà senza contrapposizione tra individuo e società. La gestione
della bottega realizzata dal singolo imprenditore si rendeva concreto
nella corporazione di tutti i produttori del suo settore: il macellaio
viveva la sua appartenenza alla società globale concentrandosi negli
stretti rapporti tra i macellai della città L’aggregazione diventava
un’isola dentro la società più vasta: diventava l’orizzonte quasi
esclusivo delle attività del singolo. Il tessuto associativo intermedio
era perciò il luogo in cui per l’uomo medievale si realizzava il nesso con
la società.
Il ruolo dei corpi sociali.
La prefazione del testo "Corpi, fraternità, mestieri
nella società europea", ed. Bulzoni, a cura di D. Zardin sottolinea il
ruolo di questa area di mediazione tra individuo e società, tanto
importante per chi vuole insegnare la Civiltà Medievale evitando il
rischio di proiettare su di essa in forma anacronistica concezioni sociali
contemporanee: "Per un lungo tratto della storia d’Occidente motore della
vita sociale non è stato l’individuo inteso come entità autonoma ed
autosussistente. Gli individui, riconoscendosi tra loro diversi,
naturalmente sono sospinti a mediare la propria partecipazione al corpo
totale della collettività inserendosi nel tessuto intermedio, unendosi in
corpi ed associazioni tra persone legate alla stessa sfera sociale che
hanno assorbito la gestione in forme pluralistiche dei diversi segmenti
che componevano la vita della società". Non si tratta evidentemente di
appendici del tempo libero, ma di attività essenziali all’esistenza degli
individui e delle famiglie.
Quali erano le diverse sfere in cui si ramificava e si
suddivideva la società? La gestione del lavoro, la produzione, il mercato
si suddividevano in diversi rami e settori limitati a specifiche aree di
competenza: in tal modo il governo della produzione e del mercato non
aveva più un unico centro direttivo, ma era amministrato nei diversi rami
in cui le attività produttive si differenziavano. Tale processo avviene
con gradualità nel tempo: prima i mercanti si rendono conto di doversi
associare tra loro differenziandosi, ad esempio, dai notai,, poi capiscono
che devono suddividersi al loro interno, separandosi nei diversi settori
merceologici. La moltiplicazione di corpi ed associazioni produce perciò
una frantumazione del governo del mercato.
Un altro campo in cui si sviluppa un'organizzazione di
tipo corporativo è l’esercizio delle professioni intellettuale – medici ed
avvocati in particolare, tenendo anche conto del fatto che l’Università si
articolava negli studi di medicina, diritto e teologia - . Tali corpi
diventano così importanti da trasformarsi in filtro che abilita
all’esercizio della professione: per svolgere un mestiere o una
professione occorre dimostrare davanti alla corporazione le proprie
competenze ed abilità nel settore entro cui si vuole sviluppare la propria
attività. L’università stessa è una corporazione che si autogoverna:
universitas studiorum. Non esiste un sistema di istruzione
centralizzato, così come non esiste una struttura unitaria
dell’amministrazione della giustizia: anch’essa tendeva a frammentarsi nei
diversi corpi che si formavano nell’organismo della società. Una
controversia sull’eredità, ad esempio, veniva riportata all’autorità della
corporazione che si poneva come arbitro. Anche sul piano religioso i
fedeli non erano uguali tra loro, ma riconoscendo la loro peculiarità
tendevano a separarsi in confraternite e devozioni: esse segmentavano il
corpo della Chiesa cittadina in membra diverse che si ricomponevano poi
nell’organismo generale della Chiesa. Le confraternite si incaricavano di
gestire i rapporti con il mondo dell’aldilà: anche le anime non si
raccoglievano in una massa anonima: i defunti mantenevano i legami di
solidarietà che li avevano uniti ai corpi ed alle confraternite che li
avevano uniti nel mondo terreno. Sia le corporazioni di mestiere sia le
confraternite religiose avevano come consuetudine comune di partecipare al
funerale dei propri associati e mantenevano viva la memoria dei defunti
celebrando nei riti di suffragio il ricordo degli scomparsi. La
solidarietà del corpo sociale invadeva quindi anche lo spazio della morte.
Un altro interessante indizio della mentalità corporativa è la creazione
di colonie di lavoratori immigrati nelle città italiane o europee. I
cittadini stranieri creavano associazioni che si raccoglievano magari
intorno ad una chiesa intitolata al loro santo patrono e che aveva un
riconoscimento giuridico, una propria rete assistenziale, propri ospedali.
Permanenza e riemersione del modello dei corpi sociali.
La struttura corporativa di una società frazionata non
si è dissolta con la fine del Medioevo ma si è tramandata ancora nel
Rinascimento. Le diversità dei diversi ordini sociali sono rimaste in
piedi e la struttura corporativa è stata la base della società sino alla
caduta dell’Antico Regime. Le corporazioni di mestiere sono rimaste i
pilastri del governo dell’economia urbana sino alla fine del Settecento,
anche se i libri di testo ne parlano solo a proposito dell’epoca comunale.
Saranno le Riforme dei Sovrani illuminati a sopprimerle; ma fino al
Settecento la società in Italia e Francia era organizzata in forme
pluralistiche. Si tratta di un’eredità che il mondo medievale ha trasmesso
alle epoche successive, almeno fino all’epoca di L. A. Muratori, che
descrive l’uomo ancora alla luce delle categorie economiche e sociali di
stampo aristotelico.
L’affermazione dell’Illuminismo e la Rivoluzione
Francese producono un salto antropologico che condiziona l’Età
Contemporanea. Iacono ("L’uomo come animale sociale in Aristotele e
animale economico in A. Smith", Studi Settecenteschi , 1992-93)
confronta questi due modelli: la tendenza ad associarsi presente nel
modello corporativo e l’individualismo che mette l’accento sull’interesse
economico, chiamato a fabbricare la propria ricchezza. Nel testo è
sviluppata la considerazione che i teorici che hanno criticato la
struttura economicistica della società contemporanea, come Marx e Polanj
non hanno fatto nient’altro che riproporre in chiave moderna l’immagine
dell’uomo corporativo.
Oggi si ricomincia, almeno teoricamente, a recuperare,
(non in senso strettamente ideologico ed autoritario come avvenne negli
anni Trenta) il modello dei corpi sociali. Il modello individualistico è
infatti sottoposto a critiche sempre più larghe: non si può immaginare la
società come mossa solo da elementi egoistici. Un grande studioso di
economia, Irrschmann, dimostra che non si può spiegare la vita economica
solo come frutto di individui mossi da interessi egoistici: l’uomo trova
la sua consistenza in funzione di un corpo. Su il Sole XXIV ORE del
17 gennaio troviamo segnalati i testi di quelle correnti di pensiero che
vengono indicati con il nome di Neocomunitarismo americano (a cui
appartiene, tra l’altro il filosofo Alisdair Mc Intyre) o si fa
riferimento ad una corrente Antiutilitaristica organizzata che "da oltre
un decennio agita il panorama intellettuale europeo con le teorie del dono
e della reciprocità, rifacendosi in questo a Polanj". Riemerge l’idea che
per spiegare lo sviluppo economico moderno bisogna pensare ad elementi che
non sono egoistici. Si riaprono spazi per recuperare la razionalità del
modello corporativo che è frutto delle relazioni degli individui con la
propria cerchia di appartenenza. Così in alcune delle correnti più
avanzate del pensiero contemporaneo si torna ad avere attenzione al
tessuto corporativo su cui si fondava la società medievale.
Come funzionava il mondo sociale del modello
corporativo?
Se la struttura della società era un mosaico, una
costellazione di corpi inferiori, la società stessa nel suo insieme era
una grande corporazione che riuniva in sé le corporazioni minori che erano
sorte nelle diverse sfere dell’attività umana. La società si concepiva
essa stessa come universitas Le corporazioni erano del resto
definite proprio da questo termine latino. L’universitas indica l’insieme
dei soggetti e delle realtà convergenti ad un unico scopo, gravitanti
intorno ad un unico centro. Tali universitates assumevano uno sviluppo
così significativo da diventare interlocutori dello stesso governo
politico dell’autorità comunale. La nascita del comune medievale può
essere spiegata solo alla luce delle corporazioni: il comune stesso è una
corporazione che riunisce i capifamiglia che risiedono sul territorio
nella particolare forma di universitas degli abitanti della città o del
villaggio.
Per capire il funzionamento della società medievale
bisogna fare ricorso alla simbologia del corpo: un organismo,
insieme di parti o membra diverse che cooperano tra loro spartendosi le
diverse funzioni di cui il corpo ha bisogno per esistere come tale, una
totalità organica frutto di tante parti che devono convivere, mantenendo e
svolgendo adeguatamente la propria funzione per vivere e crescere, secondo
l’antico apologo latino. La mentalità corporativa suggerisce l’idea che
gli uomini non solo nascono diversi e sono portati ad associarsi ed a
coltivare un particolare legame di solidarietà con i propri simili, ma
sono destinati a svolgere compiti differenziati: il contadino non può
svolgere il lavoro del mercante e viceversa. Nel teatro spagnolo del
Seicento Calderòn de la Barca afferma che la società è un palcoscenico
dove devono coesistere tanti attori diversi che svolgono ruoli non
sovrapponibili. Imparando a svolgere bene il proprio ruolo ciascun corpo
sociale riscuote la stima degli altri settori della società e contribuisce
a sviluppare il suo organismo. Non esiste quindi un’autorità suprema che
ordina e coordina le parti, un centro direttivo unitario da cui si
diramano gli ordini: alle singole parti viene riconosciuta la propria
sfera di autonomia e di autorità. La società appare come un organismo
complesso con una pluralità di centri di governo suddivisi capillarmente:
l’esercizio del potere è condiviso dai corpi minori. Il potere diventa
compartecipato, in forma di condominio con i singoli corpi dentro il corpo
generale della società. Non esiste lo Stato in senso moderno, tant’è vero
che il termine res publica, utilizzato comunemente nel Medioevo,
designa ancora la società organizzata come corpo (cfr. Jean Bodin) Il
potere esterno del comune, del principe o del signore interviene solo dove
il singolo corpo non può arrivare, dove i singoli corpi devono entrare in
collegamento, nelle reti di connessione tra i corpi, dove le risorse
private non bastano più: per difendersi dalle aggressioni esterne alla
città, per garantire l'ordine pubblico, per costruire strade, per superare
limiti e carenze dei corpi inferiori. Fino a quando i singoli corpi hanno
provveduto ad una forma di protezione sociale, di assistenza per i loro
membri in difficoltà, il potere politico non ha avuto bisogno di creare
ospedali o gestire in proprio le strutture assistenziali: queste ultime
non nascono infatti dal potere pubblico, ma dall’associazione di
cittadini, gruppi, ordini religiosi. Solo molto più tardi il potere
pubblico estenderà la sfera della propria influenza sociale fino a
ritenere che esso deve provvedere alla felicità dei cittadini, alla
pubblica istruzione, ecc. abolendo ruoli e compiti dei corpi sociali via
via sempre più marginalizzati fino a scomparire o ad essere aboliti. .
Struttura sociale e cultura cristiana
La struttura corporativa funziona in quanto offre
cospicui vantaggi ai suoi membri: per condurre la propria esistenza nella
civiltà medievale occorre inserirsi in un organismo sociale che moltiplica
le occasioni di rapporto, garantisce risorse e opportunità agli individui
per uscire dal proprio isolamento ed entrare in relazione con gli altri.
Tuttavia tale spinta associativa, non priva di un fascino in sé per chi
guardi la civiltà medievale senza pregiudizi di sorta, era fondata su una
concezione ideale tipica dell’orizzonte culturale del Medioevo. Era
infatti connessa alla tradizione cristiana e trovava nella fede il cemento
della propria costruzione. Le universitates costituiscono il volto
sociale di quell’insieme di rapporti di carità e di fraternità che legano
i fedeli della città o del contado. Ma anche sul piano religioso coloro
che, succedendosi nel corso delle generazioni, costruiscono il corpo di
Cristo ripropongono lo stesso modello del piano sociale. Simboli e riti
della religione cristiana s’inquadrano in una visione affine a quella fin
qui descritta. I doveri di solidarietà recuperano tendenze verso la
costruzione di diversi corpi sociali. La Bibbia, il grande codice di base
di tutta la cultura medievale offriva una chiave di lettura della società
e del cosmo che s'inquadrava in tale visione. Gli studiosi di filosofia
politica ritrovano alcuni passi in cui si descrive lo strutturarsi del
"popolo di Dio" in corpi, comunità visibili, aggregazioni solidali… Il
secondo capitolo della lettera agli Efesini si potrebbe considerare il
manifesto del modello corporativo di organizzazione della società.
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L’UOMO E IL COSMO
VISIONE DEL MONDO NELLA CULTURA MEDIEVALE.
Prof. Danilo Zardin
Il testo fa riferimento alle immagini ed ai brani
distribuiti in fotocopia nel corso della lezione del 9 febbraio 1999 ed
all’articolo "Il ciel rotondo e la bellezza del mondo che noi abbiamo
scartato" dell’autore stesso (Linea Tempo, n. 2, giugno 1997).
Una grande svolta culturale.
- Siniawskij, pensatore russo in dissenso con il potere sovietico,
delinea, in uno dei suoi Pensieri improvvisi, ( brano 1) un
confronto tra il contadino russo dell’Ottocento e l’uomo moderno: l’uno
povero di conoscenze, limitato alla sua terra, ma legato alla vita
universale del cosmo attraverso la cultura tradizionale, l’altro immerso
in una enorme quantità di notizie, può viaggiare per il mondo, ma appare
isolato nel comfort di una realtà priva di significati e di
legami. Il contadino russo, che vive sulla base di riti che gli
permettono di stabilire un legame con la terra e con il cielo, è
l’estremo prolungamento della visione del cosmo come un tutto organico,
come una dimora in cui l’uomo ha un posto, un significato, che
nel Medioevo aveva potuto strutturarsi e diventare la mentalità comune.
Tale immagine è stata scartata dalla visione moderna, dominata da
caratteri che sono contrapposti ad essa. Oggi domina un’idea
scientifica, fredda, asettica di uno spazio che è totalmente vuoto,
buio. L’immagine che abbiamo è quella dell’astronauta che sembra
levitare nel vuoto inospitale, ostile, privo di struttura e confini,
dove domina il silenzio segno dell’assenza di vita. E’ l’universo di cui
già parla Pascal alla fine del Seicento: il silenzio eterno degli
spazi infiniti: l’immagine del cosmo come dimora comincia ad
essere messa in crisi. La Terra perde la sua centralità non solo
astronomica ma soprattutto culturale.
L’immagine scartata.
Una descrizione sommaria del modello scartato può
partire dall’immagine dantesca del cosmo che tutti conoscono. Occorre
inserire tale visione in un quadro organico di relazioni e significati. Le
considerazioni che svolgeremo prendono le mosse da un testo di C. S. Lewis,
"L’immagine scartata", Marietti, 1990, un saggio analitico sulla
visione del cosmo tra Medioevo e Rinascimento e da un altro saggio più
sintetico dello stesso autore pubblicato sul secondo numero della rivista
Linea Tempo che riprende analoghe tematiche ("L’immagine del
cosmo…", giugno 1997). Cesare Vasoli, con "Dante e l’immagine
enciclopedica del mondo nel Convivio", e "Imago Mundi"
Università di Perugia, 1983 amplia e consolida le conoscenze della visione
cosmologica dantesca. Broc, " Geografia del Rinascimento", Panini,
offre pagine molto belle sulla rappresentazione grafica del mondo: la
descrizione geografica dell’uomo del Rinascimento si può comprendere solo
all’interno della visione del cosmo dell’uomo del Rinascimento.
Ancora nel Rinascimento la rappresentazione del cosmo
ha la Terra al centro come il nòcciolo di un frutto costituito da tanti
diversi strati (fig. 3) oppure la colloca alla tangente (fig. 2) della
rotondità del cosmo. La sfera dell’universo, l’insieme della totalità
delle cose create, era costituita dalla regione celeste e dalla regione
elementare.
La regione celeste era un complesso di nove o dieci
cieli concentrici: il decimo è il Primo Mobile che è quello che imprime il
movimento dall’esterno. Oltre questo i teologi collocano l’empireo. I
cieli si muovono con movimento incessante da Oriente ad Occidente: un
movimento prodotto dall’esigenza di ogni cielo di ritrovare la stabilità
della perfezione divina muovendosi circolarmente. L’energia che tutto
muove è di natura affettiva : l’amore divino riempie il cosmo. Quest’ultimo
non è immerso nel silenzio, ma dominato da un suono armonioso che
accompagna il movimento celeste. Anche le distanze degli astri tra loro
riproducono un’armoniosa struttura non casuale, ma regolata da regole
fisse che ripropongono la scala musicale (fig. 4). Due sono gli ordini di
grandezza: una distanza semplice ed una distanza doppia si alternano tra i
sette pianeti conosciuti come i toni e i semitoni nella scala diatonica.
La regione elementare racchiude i quattro diversi
componenti fisici della realtà. La Terra contenente l’acqua dei mari è
circondata da due sfere: quella dell’aria e quella del fuoco. Ma gli
elementi non sono sempre ben distinti e si avvicendano in un continuo
confondersi e mescolarsi che dà luogo alla realtà terrena.
Cosmo, enciclopedia, società.
L’uomo medievale descrive e spiega la realtà cercando
di far emergere il luogo di scaturigine. La visione enciclopedica della
cultura medievale che riuniva in sé tutte le scienze dominandole in un
solo sguardo unitario: un sapere enciclopedico che, come suggerisce il
termine stesso, percorre tutti gli aspetti della conoscenza rinchiudendoli
e dominandoli in un cerchio. Non siamo lontani dalla metafora del cosmo
come una pluralità di regioni e di cieli gravitanti tutti intorno ad un
centro: un tutto che si può trattenere nella forma perfetta, si può
rinchiudere in un luogo circoscritto, seppure dalle dimensioni
inestimabili ed osservare nella sua completezza. Ce ne mostrano esempio
Giorgione o il Salvator mundi (fig. 5) conservati alla Pinacoteca
Ambrosiana di Milano: le sfere trasparenti nelle mani del Salvatore
mostrano al loro interno il tutto dell’universo. In un affresco della
Stanza della Segnatura dei Palazzi Vaticani (fig. 6) Raffaello rappresenta
un globo sferico trasparente con il nucleo più interno della Terra: le
sfere sono viste dall’esterno, come dall’occhio di Dio. Tale punto di
vista si ritroverà in altre rappresentazioni ad es. in Nicolas Oresme,
Le livre du ciel et du monde, (fig. 8) o in Antonio Campi, Cristo
ascende al Cielo Empireo (fig. 11).
Anche dal punto di vista politico-sociale il Medioevo
sviluppa una struttura analoga: Dante nel De Monarchia sviluppa un
parallelo tra il cosmo e la società umana. L’autorità umana si
distribuisce gerarchicamente a strati dalla famiglia all’autorità più
elevata che sta al vertice: i singoli elementi accettano di convivere in
una sfera sulla base di principi che si possono ricondurre alla
solidarietà piuttosto che alla sovranità. W. Ullmann offre un modello
della politica medievale che è molto vicino a quello delle gerarchie
celesti. Torniamo dunque al modello corporativo oggetto della precedente
lezione: gli uomini aderiscono naturalmente a corpi sociali inferiori,
parti che si riconoscono membra di un unico corpo e sono in cooperazione
piuttosto che in competizione tra loro: l’uomo è animale politico,
naturalmente socievole, che ricopre il proprio ruolo entro corpi sociali
armonicamente cooperanti tra loro.
Un lungo percorso storico
La concezione delineata in questa lezione nasce
lentamente ed affonda le sue radici nell’Antichità, ma perdura ben al di
là dei limiti del Medioevo. "Dai filosofi greci del VI sec. a.C. fino a
Tolomeo, si sviluppa nella società greca una cosmologia che descrive
l’Universo in termini geometrici. I Pitagorici assumono il modello della
sfera, forma geometrica perfetta, ipotizzando che la sfera l’immagine
stessa della Terra, posta insieme all’uomo, al centro di altre sfere
cristalline sulle quali sono costretti a muoversi i pianeti conosciuti.
Aristotele perfeziona questa struttura presentando un Universo perfetto
diviso in due mondi , quello sublunare (la Terra e l’uomo), soggetto alla
corruzione, e quello celeste immutabile, nel quale l’ultima sfera, quella
delle stelle fisse, è mossa dal Primo Motore Immobile, il Dio
aristotelico. Tolomeo prova a spiegare il moto retrogrado dei pianeti,
introducendo il complesso sistema degli epicicli. Il Cristianesimo mette
in discussione i risultati ottenuti dai Greci, creando un conflitto che
porta a diversi modi di concepire l’Universo: da chi, come S. Ambrogio e
S. Agostino, cerca di conciliare l’immagine biblica della Terra piatta con
la filosofia greca, a chi, come Cosma L’Indicopleuste interpreta
letteralmente le scritture rappresentando l’Universo come un tabernacolo.
La Chiesa stessa con papa Silvestro II, ritorna al modello cosmologico
greco compiendo una sintesi culturale che troverà compimento in S. Tommaso
D’Aquino e nella Scolastica. Dal punto di vista cosmologico, accettato il
sistema geocentrico di Tolomeo, si tratta di adattarlo alla visione
religiosa cristiana. Lo schema aristotelico-tolemaico si presta a
stabilire il luogo dove ha sede la divinità. Viene introdotto un decimo
cielo, oltre al Primum Mobile, l’Empireo, un cielo di fuoco celeste dove
trova posto il trono di Dio. In questo schema i pianeti, il Sole, la Luna
diventano i simboli delle virtù cristiane. Il più noto e forse il più
grande interprete dell’universo tolemaico è Dante Alighieri, che percorre
il viaggio dal centro dell’Universo all’Empireo: Col viso tornai per
tutte quante \ le sette spere, e vidi questo globo \ tal, ch’io sorrisi
del suo vil sembiante… Proprio mentre Dante celebra con la sua poesia
il sistema tolemaico-cristiano, i teologi, ed in seguito gli astronomi,
cominciano a esporre i primi dubbi sulla validità di una simile
costruzione. I primi trovano non del tutto appropriato che a Dio sia
assegnato un cielo particolare, dato che Dio può essere ovunque,. La
critica dei secondi riguarda invece la complessità del sistema degli
epicicli." (da Imago Mundi, Itaca, 1997)
Tuttavia l’antica concezione resiste con il suo fascino
immutato. Il punto di forza della visione del cosmo medievale è infatti
una percezione estetico-affettiva: è un mondo bello, piacevole, armonico.
Si tratta di un mondo tutto vivente, mai vuoto, attraversato dalla luce,
dal calore, dalla musica che godrà prima di una fortissima resistenza
culturale e poi di una profonda nostalgia. Il grande punto di debolezza
consiste nel fatto, rilevato con il consueto humour da Lewis, che
essa "non era – o molto di esso non era – vera". Ma finché l’alternativa
delle opzioni risultò credibile, prima che la cultura "alta" si adattasse
alla svolta che rifiutava la comoda centralità del pianeta terrestre e la
vecchia idea della rotazione concentrica delle sfere, il linguaggio degli
uomini di cultura continuò a subire il fascino dell’antica immagine del
mondo. Ancora a distanza di molto tempo da quando Copernico e Keplero
cominciarono a divulgare le loro teorie demolitrici delle orbite dei corpi
celesti, nelle corti aristocratiche di tutta Europa e fra le mani di
coloro che desideravano forgiare i propri modelli di comportamento
ponendosi alla scuola dei grandi della società della loro epoca,
circolavano testi come il fortunatissimo Libro del cortigiano di
Baldassar Castiglione, del primissimo Cinquecento, in cui si trova,
tranquillamente ribadita la poetica descrizione della "gran machina" del
mondo che sembra una fresca parafrasi delle cosmologie medievali o del
visionario Paradiso dantesco: il ciel rotondo, ornato di tanti
divini lumi e nel centro la Terra circundata dagli elementi e dal suo peso
istesso sostenuta; il Sole, che, girando illumina il tutto e nel verno
s’accosta al più basso segno… La Luna, che da quello piglia la sua luce…e
l’altre cinque stelle che diversamente fan quel medesimo corso. Queste
cose tra sé han tanta forza per la connession d’un ordine composto così
necessariamente, che mutandole per un punto, non poriano star insieme e
ruinarebbe il mondo; hanno ancora tanta bellezza e grazia che non possono
gli ingegni umani immaginar cosa più bella" (l. IV, cap. 58). Un altro dei
maggiori prosatori dell’Italia moderna, il grande gesuita Daniello bartoli,
nel Seicento ancora più diffusamente iscrive il suo percorso nei meandri
variegati del sapere, affidato alle pagine della Ricreazione del savio
nella stessa cosmologia armonica centrata sull’idea di unità,
l’interconnessione ammirevole degli elementi e la sinfonia musicale che ne
simboleggia, ed anzi materialmente traduce, l’ordinato coesistere
geometrico dentro l’abbraccio gerarchico del tutto. Su un altro versante
della comunicazione letteraria Giambattista Marino sembra ugualmente
ignorare gli esiti della ricerca scientifica e colloca la sua scrittura
barocca nel solco della medesima visione del mondo destinata ad essere
messa ai margini per la sua inferiore dose di corrispondenza rispetto alla
natura ipoteticamente congetturabile dall’uomo galileiano. E a maggior
ragione i segnali di fedeltà al linguaggio enciclopedico della tradizione
si potrebbero moltiplicare scendendo sul terreno delle letture, delle
pratiche elementari di scrittura, dei modelli pedagogici rimasti a lungo
condivisi nella cultura popolare e nel folklore. Su questo piano, nel
mercato delle idee suggestive, nel cuore della filosofia popolare
coltivata entro i più larghi settori del corpo sociale, la
rappresentazione tradizionale del cosmo dimostrò una robustissima capacità
di tenuta e continuò a svolgere una funzione di ordinamento della cultura
nei secoli successivi.
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