Diesse Liguria 
Associazione di Docenti Professionisti liberi

 
 

Associazione Diesse  Liguria
didattica ed innovazione scolastica

 

DOCENTI: PROFESSIONISTI LIBERI. UNA REALTA' POSSIBILE?

 

 

Non c'è un reale cambiamento della scuola senza gli attori del cambiamento: gli insegnanti. Per superare la riduzione burocratica, impiegatizia ed individualistica della figura del docente proponiamo una riflessione sul senso e sulla prospettiva della nostra professione. Un professionista nella scuola si qualifica soprattutto per il sapere pratico che porta, per l’effettiva esperienza di insegnamento che ne realizza la posizione culturale. L’azione educativa esprime sempre un ambito, un luogo dal quale chi insegna trae ciò che comunica: non una teorica e formale collegialità, ma una libera associazione, luogo di crescita per la propria cultura e di confronto per il lavoro comune. Di qui può partire la rivendicazione dell’essere professionisti. Per avviare una riflessione su questi temi presentiamo di seguito il dialogo con alcuni docenti di Gianni Mereghetti, vice-presidente dell'associazione Diesse tenutosi a Genova lo scorso 17 maggio 2002 al   Liceo scientifico M. L. King, -Genova: 

 

 

Tutto il dibattito che si sta realizzando sulla Riforma, che è un dibattito serio ed opportuno quando non cade nelle affermazioni ideologiche, avrà sulla questione della figura docente il suo momento decisivo, perché anche la Riforma più bella ed efficace, se non ha un soggetto che l'assume e la sviluppa dentro la realtà, non si realizza. Anzi è l'ennesima utopia per la quale si crede di aver riformato la scuola perché se ne riformula la struttura.

Da questo punto di vista ritengo che non si sia entrati ancora nel merito della questione decisiva. E' corretto formulare un impianto di struttura, ma esso deve fare i conti con il fatto che la scuola è fatta dalle persone che ci vivono, che comunicano dei contenuti a qualcun altro (gli studenti): questi  sono i fattori fondamentali. Il problema della  riforma oggi non consiste nel contrapporre a una Riforma del centro sinistra una del centro-destra,  a una Riforma fondata sulla didattica una Riforma basata sulla pedagogia, ma il problema è creare le condizioni perché nella scuola oggi siano possibili tutte le esperienze. Non lo aveva capito De Mauro che si era impegnato in un didatticismo esasperato, speriamo che lo capisca l'attuale Ministro, evitando di impegnarsi in un pedagogismo fine a se stesso. Il problema insomma non è di imporre o prescrivere una Riforma , ma di far sì che chi opera  dentro la scuola si  possano sviluppare tutte le possibilità, le potenzialità, i punti di vista.

Dico questo in forza della prima questione che voglio sottolineare. C'è una tipicità del nostro lavoro, della nostra professione che qualunque contratto o stato giuridico deve valorizzare, altrimenti si uccide il nostro lavoro perché lo si fa diventare addestramento. La tipicità del nostro lavoro è determinata dal fatto che io ogni mattina, nel Liceo in cui insegno, quando ad es. entro in classe, mi trovo di fronte a dei giovani,  a delle domande, a delle incertezze, a delle problematiche. Così quando io entro in classe, entro in classe per rivolgermi a tutto questo. Quando entro in classe per spiegare, come stamattina, Popper, non vado a ripetere un contenuto, in maniera indifferente che anno dopo anno si ripresenta o si perfeziona con la stessa logica, ma mi rivolgo a qualcuno, insegno a qualcuno, entro in rapporto con qualcuno, qualcuno che in quel momento è annoiato, qualcuno che è teso a scoprire  qualcosa di vero, qualcuno che ha dentro qualcosa che lo distrae, qualcuno che fa delle domande per capire. Questo fattore non è indifferente nella situazione, non è un fattore intenzionale (qualcuno ce l'ha, qualcuno non ce l'ha), che i più volenterosi o i più umanitari possiedono.

Questo è il fattore caratterizzante della professione: l'insegnamento è la comunicazione di una tradizione. Come dice Hannah Arendt è assumersi la responsabilità di quel mondo che si conosce e si comunica allo studente. E' assumersi la responsabilità di quel mondo con cui si è impegnati  e che si comunica allo studente. E che si comunica attraverso l'oggetto che si insegna. Non si comunica perché si entra in classe la mattina e si  afferma di appartenere ad una determinata tradizione, ma si comunica nel modo in cui si spiega un determinato autore o, l'ora dopo, un determinato problema. Si comunica secondo la materialità, la concretezza, il percorso, la caratterizzazione, della materia che insegno, dell'oggetto di cui tratto, del modo in cui lo tratto guardando in faccia i ragazzi, del modo in cui lo tratto valorizzando le domande che partono dai ragazzi.

Questo fatto ne evidenzia un altro e, in forza di quest'ultimo, io mi sono permesso di fare la sollecitazione iniziale. La libertà dell'insegnamento. C'è una libertà dell'insegnamento che è determinata dal fatto che un insegnante, io come un insegnante, entro in classe in forza di una libertà di comunicazione di quello con cui sono impegnato. Ma non finisce qui la libertà di insegnamento. Essa implica che questa tradizione si comunichi ad un altro. Essa non consiste, come spesso si intende  nella scuola, nella libertà di fare quel che si vuole. La libertà di insegnamento è assumersi la responsabilità della propria tradizione di fronte ad un altro, rispondendo alle domande di educazione in senso di istruzione e di cultura che ogni studente esplicitamente o implicitamente porta e che le famiglie dei nostri studenti presentano.  Non esiste insegnamento se non in questa dinamica. L'errore di de Mauro fu quello di voler identificare l'insegnamento con l'apprendimento. Non sbagliò De Mauro  a sottolineare il valore dell'apprendimento: che i miei ragazzi capiscano che cosa dice  Popper, che imparino a criticare o a rielaborare Popper sono diversi livelli di apprendimento e costituiscono tappe importanti cui la scuola deve provvedere. E' una parte dell'insegnamento. Ma l'insegnamento non si riduce a quello, perché in esso c'è un fattore decisivo: il fattore del mio impegno con la vita, della mia libertà che si comunica magari semplicemente spiegando quell'argomento e si comunica e si muove in rapporto alla libertà dell'altro. Infatti l'insegnamento come ogni fattore educativo è la dinamica affascinante e drammatica del rapporto tra due libertà. La libertà di un uomo che è impegnato con la sua vita che si comunica alla libertà dell'altro. Ridurre l'insegnamento a esecuzione di tecniche che favoriscono  l'apprendimento rischia di eliminare questo dramma. Insegnare ha un momento decisivo nel favorire l'apprendimento, ma non è riducibile all'apprendimento. Insegnare vibra di questo dinamismo drammatico della libertà.

Mi ha colpito ieri un piccolo episodio accaduto durante il lavoro dell'osservatorio dei giornali che svolgiamo in terza liceo. Ieri stavamo leggendo un articolo sull'indagine realizzata su un campione di 750 insegnanti che per la quasi totalità denunciava il fatto che la situazione delle classi era diventata invivibile, ovvero che non è più possibile insegnare. E mi colpiva che dal canto loro i ragazzi, nelle loro riflessioni scritte, mettessero in evidenza che se le cose stanno così molto dipende dagli insegnanti. Certo c'è un aspetto di difesa: non è colpa di noi alunni, è colpa di voi professori! Ma c'è anche un aspetto di verità, perché dentro la classe l'insegnante è determinante rispetto alla situazione della classe. Ci sono certamente anche molti altri fattori che intervengono: non voglio ridurre tutto ad uno. Ma questo è il fattore decisivo. Certo ci sono situazioni in cui l'insegnante non può fare nulla, ma ci sono molte situazioni in cui la professionalità del docente è stata mutilata del fattore professionale decisivo: questo è un lavoro affascinante, perché ha un impegno con la vita. Un impegno che i ragazzi colgono al volo. Lo colgono al volo se quell'insegnante entra in classe con una passione per ciò che sta facendo, per una passione a loro, per una passione a tutto il contesto della realtà in si vive. Oppure se entra in classe per un dovere ripetuto e ultimamente per uno scotto da pagare. Certo non è prescrivibile. Si può prescrivere tutto un codice. Con la commissione ministeriale di cui faccio parte stiamo discutendo la questione del codice deontologico (non lo stiamo formulando: non è il compito della commissione). Siamo convinti che si può elaborare un codice, si può formulare una serie di regole, ma questo fattore non è prescrivibile e guai se uno Stato lo prescrivesse! Guai se uno Stato dicesse qual è la ragione per cui uno deve entrare in classe. Ma uno Stato deve garantire che ci sia la libertà di questa ragione; deve garantire e valorizzare questo aspetto. Deve riconoscere che questa professione ha una fisionomia che trova nel fattore umano il suo aspetto decisivo.

Traccio delle conseguenze: se è questo il punto di vista per  guardare la situazione, ci sono problematiche da affrontare.

 

La prima è la nuova immagine della professionalità docente: un nuovo  stato giuridico della professione. Non si può più rimanere in una situazione in cui la fisionomia del   docente è determinata contrattualmente da una logica contrattuale e quindi sindacale. Non dico che non sia importante la questione sindacale e contrattuale, ma bisogna operare una distinzione tra quella che è la caratterizzazione della cosiddetta funzione docente, del suo stato giuridico e quella che è la questione tipicamente contrattuale. Ecco il primo fattore che ovviamente pone delle problematiche molto grosse su come debba essere realizzato, ma sul quale urge un impegno concreto.

Quando noi abbiamo chiesto di scorporare già nel contratto l'area del personale docente dal personale ATA, non lo abbiamo detto in chiave corporativa: questo non è un obiettivo, ma solo un primo passaggio per riconoscere la tipicità e le caratteristiche del personale docente, per arrivare poi a delineare uno stato giuridico tipico della professione. La prospettiva è quella  di garantire anche con organi istituzionali che la professione docente abbia un suo riconoscimento. E' chiaro che parallelamente a questo ci sono richieste di natura sindacale, tipicamente contrattuale. Ma mi pare che le due questioni siano da distinguere. Altrimenti si continua con la logica attuale, per cui le RSU, quando sono attive, fanno dipendere tutta la vita della scuola dalle problematiche di contrattazione con il Dirigente scolastico. Mentre le RSU hanno una loro funzione specifica: tutte le questioni didattiche competono ad un altro livello.

Sto tracciando una linea di tendenza linea di tendenza: non credo che ci sia già pronta una soluzione univoca. Le possibilità sono diverse:  potrà essere uno stato giuridico fissato per legge, potrà essere un Ordine professionale, un sistema come quello americano delle grandi associazione professionali, possono essere diverse le strade da percorrere, ma probabilmente quella dello stato giuridico della professione è quella più percorribile in questo momento.

 

La seconda è la questione della libertà di insegnamento. E' una questione della professione docente, ma è anche una questione del sistema scolastico.  Se si vuole andare verso una scuola come quella disegnata dal regolamento dell'autonomia, è inevitabile che si debba potenziare la libertà di insegnamento, intesa nel senso sopra detto, non come arroccamento e difesa corporativa. Si dovrà garantire che effettivamente avvenga quello che la legge dell'autonomia ha aperto cioè il pluralismo dentro la scuola. Questo è un problema di sistema, del sistema scolastico italiano, che il sistema scolastico italiano debba andare sempre di più verso un sistema pluralistico. Vi è un problema di sistema generale: autonomia e parità. Vi è un problema di realizzazione dell'autonomia. Perché l'autonomia non può limitarsi all'istituzione scolastica, ma deve implicare l'autonomia dei docenti. Deve implicare che dentro la scuola si favorisca il pluralismo dei tentativi pedagogici e didattici. Altrimenti andremo verso un decentramento di poteri: al potere del ministero subentra il potere della maggioranza del collegio o del dirigente scolastico. Ciò implica un cambiamento di mentalità e di modalità di realizzazione del sistema scolastico. L'autonomia oggi è un'autonomia di opinioni e non di realizzazioni. Occorre ricostruire la scuola come luogo in cui gli insegnanti, i genitori in rapporto con gli studenti possano mettere in atto delle ipotesi e realizzarle secondo una dinamica per cui ogni proposta, ogni progetto implica una verifica.

Tutte le ipotesi implicano la verifica. Questo ovviamente implica la valutazione. E' un problema delicato, segnato oggi dal passaggio dal CEDE all'Invalsi.  Toccherà inevitabilmente il problema della valutazione di qualità e della valutazione dell'insegnamento. Io non sono aprioristicamente contrario alla valutazione Il problema è che una valutazione dell'insegnamento deve implicare tutti i fattori dell'insegnamento. Quindi non è facile creare un sistema di valutazione che sappia valorizzare adeguatamente quello che avviene nella scuola, quello che è il lavoro scolastico. Perché non bastano i test a risposta chiusa per avere il quadro della valutazione della scuola. Il test può valutare un aspetto della scuola. Non tutti. E non è nemmeno detto che sui prodotti io abbia la possibilità di dare una valutazione di qualità, perché c'è una questione di valore aggiunto che è un fattore umano che ha una dinamica insegnante- studente, una dinamica di libertà, di comunicazione,  di verifica. E' un problema interessante, ma di estrema difficoltà per verificare effettivamente i valori. Occorre però superare l'idea diffusa tra i docenti che la valutazione sia punitiva. La valutazione è una sollecitazione, un aiuto per il lavoro. Il problema è estremamente importante ma estremamente aperto.

 

 

Due ultime notazioni.

Codice deontologico: se un Ministero facesse oggi il codice commetterebbe un gravissimo errore perché farebbe un codice di Stato, quindi ripeterebbe l'immagine di sempre. Ma l'on, Aprea, presenziando all'apertura dei lavori ha chiarito che compito della commissione non era questo, ma piuttosto quello di riflettere sul problema ed indicare delle strade possibili. Se non esiste un organismo istituzionale professionale che faccia il codice manca il punto di partenza, il soggetto che ha il compito di farlo.

Ci sono almeno due posizioni rispetto a questo tipo di problema.

La prima non la condivido Cos'è un codice: l'elenco dei valori minimi della professione. Questi valori vanno scritti ed indicati ed a questi valori ci si deve attenere. Ultimamente è il buon senso comune della professione.

Io ritengo invece che la questione sia un'altra Il problema oggi dell'insegnante è la responsabilità di fronte a certe domande. E' la percezione, il riconoscimento di certe domande che il contesto pone ad aprire il campo delle responsabilità, che non possono, come oggi,  essere tutto e quindi niente. Educare e istruire perciò educare e far cultura. La prima posizione è prescrittiva e inevitabilmente non può andare oltre il buon senso comune

 

In ultimo si deve dire che dentro tutta questa problematica il punto di riferimento è l'associazione professionale, l'associazionismo. Fa parte della natura dell'insegnamento questa modalità di responsabilità, di rischio e di libertà. L'associazione professionale è, secondo me, lo strumento decisivo per eliminare dalla scuola una modalità di lavorare insieme che è una modalità ancora di stampo collettivistico. Associazione professionale significa che gli insegnarti trovano insieme le modalità di lavorare insieme. La nostra scuola è stata pensata secondo la logica per la quale si collabora, si costruisce insieme, ma è una logica di stampo collettivistico, o al massimo fondato sul principio della maggioranza. L'impostazione associazionistica è estremamente importante non solo e non tanto nella logica volontaristica, quella di un volontariato che si fa accanto all'insegnamento. Associandosi liberamente, l'insegnante contribuisce alla sua professione. In questo momento di cambiamento l'aspetto associativo sarà decisivo. Sarà un segno decisivo della direzione che questo Ministero vorrà prendere rispetto alla fisionomia dell'insegnante.

 

 

INTERVENTI (non sono stati raccolti dalla registrazione)…

 

Mereghetti: L'idea del ruolo della libera associazione dei docenti è chiara nel mondo dell'associazionismo, come sono chiare le dichiarazioni del Ministro. Ci vorrebbero però delle sollecite conseguenze sul piano normativo ed amministrativo. Ad esempio una chiara indicazione nel contratto che la prospettiva è quella della separazione delle competenze tra l'aspetto specificamente economico-contrattuale e l'aspetto giuridico. Altrimenti si finisce con il definire l'insegnante sulla base della contrattazione. Questo è da evitare. Da questo punto di vista le associazioni stanno facendo la loro parte. Il Ministero deve fare la sua. L'altro elemento è quello della sburocratizzazione. Una commissione ministeriale ha evidenziato la riduzione del ruolo degli insegnanti a quello di impiegati, che devono eseguire una molteplicità di regole. Non si può costruire una nuova professionalità se non si riduce la zavorra delle regole. Questo significa andare verso l'anarchia? No. Qual è la strada? E' la realizzazione della legge dell'autonomia. Da una parte gli standard nazionali, dall'altra l'autonomia dell'istituzione che riconosce il pluralismo culturale nell'istituzione con la scelta dei percorsi metodologici e didattici e quindi delle scelte pedagogiche. E' l'articolo  che  implica la possibilità  che anche le minoranze possano nella scuola sviluppare i loro progetti. Bisogna applicare in maniera conseguente dal punto di vista culturale ed istituzionale. Ma non è solo un problema normativo, ma anche e soprattutto una questione di mentalità. La mentalità dei docenti è appiattita sulla maggioranza. Si ricerca la maggioranza perché garantisce da un rischio. Se voi togliete la maggioranza uno è esposto al rischio. Invece l'insegnante nel suo lavoro educativo fa continuamente ricorso al rischio.

Nel quadro dell'autonomia ciò può significare che io costruisco il piano di studi e rispondo del piano di studi. Togliere la garanzia della maggioranza è mettere in primo piano la responsabilità. Non la ritengo un'anarchia. L'istituzione deve fare la sua parte. Deve identificare la cornice dentro cui si deve poter sviluppare la capacità creativa dei docenti di cui essi rispondono. Un Consiglio di classe, ad esempio, è responsabile di un cammino educativo. A cui ognuno contribuisce rispetto a quello che fa.  Ma è l'immagine del c. di c. che deve essere cambiata.

Oggi il C. di C. è una somma di individui che decidono a maggioranza, ma è una somma di individualità che non hanno la percezione di una  cammino comune, talora nemmeno di quello degli stessi alunni. E' impostato secondo una logica collettivistica, che prevede un insieme in cui la persona ed il proprio lavoro non hanno rapporti con il soggetto. E' importante che cambi la modalità di organizzazione e di mentalità su cui il c. di c. si basa. Per questo sottolineavo l'importanza dell'associazionismo, perché è una modalità di lavoro fondata sulla libertà. E' evidente e decisivo che il c. di c. sia un gruppo di docenti che ha una responsabilità nei confronti di una classe e  di un piano di studi. Occorre una sburocratizzazione degli strumenti e il recupero di una professionalità autentica: prendersi il rischio della professione e quindi dell'efficacia della propria professione.

 

Intervento: Tuttavia il problema sembra proprio quello che l'insegnante non è un attento esecutore dei propri compiti.

 

La scuola negli ultimi trent'anni è stata un luogo di esecuzione, forse scadente quanto ai processi ed ai risultati, ma di mera esecuzione di regole, di norme, di pratiche didattiche che si sono cambiate, ma sono sempre state dettate dalla maggioranza. E' stato un certo modello di esecutore. Tant'è vero che questo era espresso dal progetto De Mauro. Allora la professione docente deve conoscere un altro livello: devo rispondere di ciò che faccio, anzi voglio rispondere perché il mio lavoro incide su altri e quindi non è giusto che io non risponda. Ma mi devono essere date le condizioni perché io possa rispondere,. C'è una responsabilità del Ministero: indicare gli obiettivi, gli standard. Le modalità di realizzazione di questi obiettivi devono essere lasciate alla professione docente. Se vogliamo che l'insegnante sia un professionista. Un professionista si assume il rischio di un progetto e su quel progetto si assume il rischio che possa andar bene o possa andar male; se va male il progetto ci sono le conseguenze… Non intendo quindi la professionalità solo come rispetto delle leggi ma come capacità creativa. Il modo in cui è stata immaginata la professione docente in questi anni è sempre stata in questi termini ed ha mortificato tale capacità di realizzazione. Il modo in cui è stata immaginata la professione docente in questi anni è stata quella di far diventare gli insegnanti degli esecutori (se vogliamo dei pessimi esecutori: ma non è solo responsabilità degli insegnanti!). Io auspico un'impostazione professionale dei docenti che si assumano la responsabilità dei piani di studio. Piani di studio che abbiano degli standard di riferimento, ma che permettano di creare percorsi per realizzarlo. E che poi ci sia un sistema di valutazione che abbia la capacità di verifica di ciò che il consiglio crea e realizza. Sto parlando di qualcosa che dipende moltissimo dal modo in cui saranno impostati i piani di studio:  se sarà approvata la legge delega, il secondo passaggio sarà quello di indicare gli standard dei piani di studio: si tratterà di fissare standard ed obiettivi rispetto alla creazione dei piani di studio dentro la scuola. 

 

 

Intervento: Ma concretamente come si realizza? Non è troppo teorico questo discorso?

 

C'è un aspetto non teorico che si può realizzare nell'autonomia perché la legge afferma il pluralismo culturale e la possibilità di realizzare diverse ipotesi. Molto spesso è la mentalità che nega questo perché è  dominata ancora dalla logica della maggioranza, che è stata superata  a livello di normativa. Un dirigente scolastico governa più facilmente se il collegio applica semplicemente e non propone una pluralità di percorsi.  Tuttavia sul piano normativo la possibilità  c'è già: bisogna utilizzarla.

 

L'altro aspetto è nella prospettiva. Il contratto può aprire nuove prospettive o  chiuderle…

 

Intervento:  Mi pare che i problemi sollevati conducano alla fine al tema della parità scolastica. Solo quando l'insegnante potrà mettersi sul mercato allora forse sarà riconosciuta la sua professionalità…

 

C'è un problema di sistema: parità ed autonomia. Non c'è vera autonomia senza parità e non c'è vera parità senza autonomia. Ma il ministro Moratti ha già queste due leggi. Deve realizzarle. Perché adesso la parità non è reale nemmeno dove ci sono i buoni scuola. Se si ha un sistema dove libertà e parità si coniugano, allora c'è spazio per la professionalità più autentica. E' un problema di sistema. Ma oggi abbiamo come scadenza il contratto, che può aprire nuove prospettive. E poi c'è la scadenza della verifica triennale della parità. Ma non dobbiamo far niente se non realizzare quello che c'è già.

 

Intervento: Ciò che qualifica il docente è la tradizione su cui la professionalità si innesta. La garanzia di un muoversi libero ha bisogno di trovare la propria espressione dentro un libero associarsi. Gli insegnanti hanno bisogno di ritrovare una comunità di lavoro, l'impostazione statalista della scuola soffoca chi è solo.

 

E' un problema di mentalità. La storia della scuola in Italia ha visto il prevalere della forma sindacale come unica forma associativa. E questa impostazione implica che io mi metto insieme a te perché ho questo problema e tu mi possa aiutare su questo. Nella scuola italiana c'è la pena del contrappasso.   Tanto collettivismo ha generato l'individualismo. L'idea dell'associazionismo, che ci si metta insieme per ciò che è fondamentale nella professione è una lotta importantissima, decisiva…